Pensione anticipata, nuova circolare INPS, prorogata l’APE Sociale: nuovi requisiti di età e limiti di reddito

Pubblicato il: 27/02/2024

L’INPS, con circolare n. 35 del 20 febbraio 2024, ha ufficializzato la proroga dell’anticipo pensionistico (l’APE Sociale) fino al 31 dicembre 2024. Tuttavia, per il 2024, ci sono nuovi requisiti e limiti. C’è l’innalzamento del requisito anagrafico ed è stato introdotto un nuovo regime di incumulabilità con i redditi di lavoro.

Quali sono i nuovi requisiti di età per l’Ape sociale?

L’APE Sociale è un’indennità erogata dall’INPS, che viene riconosciuta a soggetti in possesso dei requisiti previsti dalla legge.

A norma di legge (art. 1, comma 179 Legge di Bilancio 2017 e s.m.i.), l’indennità spetta a soggetti in determinate condizioni stabilite dalla legge che abbiano almeno 63 anni di età e che non siano titolari di pensione diretta. Però, per il 2024, è stato modificato il requisito anagrafico. Cosa cambia?

L’APE Sociale può essere richiesta dai lavoratori iscritti all’Assicurazione Generale Obbligatoria dei lavoratori dipendenti, alle forme sostitutive ed esclusive della stessa, alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi e alla Gestione Separata.

Il lavoratore deve trovarsi in una delle seguenti condizioni personali e con una certa anzianità contributiva:

  1. i lavoratori disoccupati (per licenziamento, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale in sede protetta, nonché per scadenza del termine del rapporto a tempo determinato, purché abbiano avuto periodi di lavoro dipendente per almeno 18 mesi nei 36 mesi prima della fine del rapporto), che hanno integralmente percepito l’indennità di disoccupazione loro spettante, con un’anzianità contributiva di almeno 30 anni;
  2. i lavoratori che, al momento della richiesta e da almeno sei mesi, assistono un familiare disabile grave ai sensi del comma 3 dell’art. 3 della legge 104 (coniuge o parente di primo grado convivente oppure parente o affine di secondo grado convivente se i genitori o il coniuge del disabile siano mancanti, deceduti, abbiano patologie invalidanti o abbiano 70 anni d’età) e che hanno un’anzianità contributiva di almeno 30 anni;
  3. i lavoratori con riduzione della capacità lavorativa almeno del 74% (accertata dalle commissioni competenti per il riconoscimento dell’invalidità civile), con un’anzianità contributiva di almeno 30 anni;
  4. i lavoratori che, alla data di decorrenza del beneficio, hanno almeno 36 anni di anzianità contributiva e che, da almeno sette anni negli ultimi dieci o da almeno sei anni negli ultimi sette, hanno svolto professioni gravose (indicate dalla legge, allegato n. 3 Legge 234/2021) come operai specializzati o conduttori di veicoli.

Per le donne, la normativa (art. 1, comma 179-bis L. 232/2016) prevede la riduzione delle anzianità contributive richieste di dodici mesi per ogni figlio, nel limite di due anni.

Come cambia il requisito dell’età?

Con l’ultima Legge di Bilancio, l’APE Sociale è riservata ai soggetti che abbiano compiuto almeno 63 anni e 5 mesi di età.

Le nuove disposizioni si applicano alle domande presentate dal 1° gennaio 2024, ma anche a chi ha perfezionato i requisiti in passato e non ha presentato la richiesta, nonché a chi è decaduto dal beneficio e ripresenta domanda nel 2024.

Inoltre, c’è il nuovo regime di incumulabilità con i redditi di lavoro per il titolare di APE Sociale che ha ricevuto la certificazione per l’accesso al beneficio nel 2024.

Per coloro a cui il beneficio è stato riconosciuto in passato, si applica il precedente regime di incumulabilità (art. 1, comma 183 L. n. 232/2016): l’indennità è compatibile con la percezione dei redditi da lavoro dipendente o parasubordinato entro 8.000 euro annui e dei redditi derivanti da attività di lavoro autonomo entro 4.800 euro annui.

Invece, il titolare di APE Sociale 2024 perde il beneficio se svolge attività di lavoro dipendente o autonomo oppure lavoro autonomo occasionale da cui derivino redditi superiori a 5.000 euro lordi annui. In queste situazioni, l’indennità viene percepita indebitamente e l’INPS procederà al recupero delle somme ottenute senza diritto.

Queste, in sintesi, le novità introdotte con la proroga dell’APE Sociale per quest’anno.


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Pignoramento Postepay, ecco quando può essere pignorata la carta prepagata di Poste Italiane: ce lo dice la legge

Pubblicato il: 27/02/2024

Quando il debitore non adempie spontaneamente, il creditore può iniziare l’esecuzione forzata: cioè, un tipo di processo con cui sottrarre coattivamente al debitore determinati beni del suo patrimonio per soddisfare il creditore.

La forma più comune di esecuzione forzata è quella per espropriazione. In generale, l’atto, con cui l’espropriazione forzata ha inizio, è il pignoramento dei beni del debitore. Però, c’è un dubbio: è possibile pignorare le carte prepagate come la Postepay?

Di regola, il codice di procedura civile (art. 479 del c.p.c.) prevede che, prima del pignoramento, il creditore debba notificare al debitore il titolo esecutivo e il precetto:

  • ai sensi del codice (art. 474 del c.p.c.), il titolo esecutivo è l’atto da cui risulta un diritto di credito certo, liquido ed esigibile, in base al quale si può avviare l’esecuzione forzata (ad esempio, una sentenza o un decreto ingiuntivo non opposto);
  • ancora, il codice (art. 480 del c.p.c.) stabilisce che il precetto è l’atto con cui il creditore intima al debitore di adempiere l’obbligo risultante dal titolo esecutivo entro un certo termine (non minore di 10 giorni), con l’avvertimento che si procederà all'esecuzione forzata in caso di mancato adempimento.

Nel caso di mancato adempimento del debitore nel termine stabilito, il creditore può procedere all’esecuzione forzata in base al titolo in suo possesso.

Come detto, il pignoramento è l’atto con cui ha inizio l’espropriazione forzata.

Allora, le carte prepagate possono essere sottoposte ad espropriazione forzata?

L’espropriazione forzata può essere immobiliare o mobiliare, a seconda che abbia ad oggetto beni immobili oppure beni mobili o denaro. A sua volta, l’espropriazione mobiliare può essere presso il debitore o presso terzi. Si parla di “espropriazione presso terzi” quando il pignoramento ha ad oggetto crediti del debitore nei confronti di terzi (ad esempio, lo stipendio da parte del datore) o beni mobili in possesso del terzo.

Il codice (art. 492 del c.p.c.) precisa che, di norma, il pignoramento consiste in un’ingiunzione, che l’ufficiale giudiziario fa al debitore, di astenersi da qualunque atto diretto a sottrarre i beni assoggettati all’espropriazione. In sintesi, il debitore non può disporre dei beni pignorati: cioè, non potrà cederli in alcun modo.

Dunque, la carta prepagata può essere pignorata? L’argomento è importante se si pensa che, tra le carte prepagate, rientra anche la Postepay: ossia, la carta prepagata di Poste italiane.

La risposta è sì. La Postepay può essere assoggettata a pignoramento. Chiaramente, il pignoramento non avrà ad oggetto la carta fisica (quando presente), ma la somma presente sul sistema virtuale.

Ovviamente, è necessario che la carta prepagata sia intestata al debitore. Infatti, la Postepay non è una carta anonima. Si tratta di una carta intestata: il numero di carta è associato al documento di identità del soggetto che la richiede.

A tal riguardo, si ricordi che le Postepay sono controllate dall’anagrafe tributaria: cioè, la banca dati che raccoglie le informazioni relative alle condizioni finanziarie dei contribuenti.

Peraltro, a condizione che la carta sia intestata al debitore, è possibile pignorare la Postepay, a prescindere dal fatto che abbia o meno coordinate IBAN: cioè, non è necessario che alla carta sia correlato un conto. Non occorre questo elemento poiché, sebbene alla carta non sia collegato un IBAN, l’istituto di credito (nel nostro caso, Poste Italiane) ha comunque la disponibilità delle somme ricaricate sulla carta prepagata.

Pertanto, quanto detto vale sia per la Postepay standard, sia per quella Evolution: la differenza tra le due tipologie di carte emesse da Poste Italiane è che la Postepay Evolution è provvista di IBAN, mentre quella standard ne è priva.

In conclusione, se il debitore inadempiente ha una Postepay (di qualsiasi tipologia, standard oppure Evolution), corre il pericolo di vedersela pignorata.


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Dipendenti pubblici, ecco in arrivo un aumento di stipendio: buone notizie dalla Legge di Bilancio 2024 e rapporto ARAN

Pubblicato il: 26/02/2024

Al giorno d'oggi, lo sappiamo, esiste il mito del "posto fisso". Prima i laureati aspiravano soprattutto ad essere professionisti o a lavorare in azienda, ma ad oggi la parola d'ordine è: concorsi. Non vogliamo generalizzare, ma i dati delle domande presentate quando viene bandito un concorso pubblico parlano chiaro. Questo perché solo nel pubblico sembra potersi raggiungere l'agognato equilibrio tra il lavorare il giusto numero di ore e portare a casa uno stipendio dignitoso.

Insomma, se sei un dipendente statale puoi ritenerti fortunato e, inoltre, per te sono in arrivo importanti novità.

Recentemente, difatti, è stato pubblicato il Rapporto Semestrale dell’Aran (Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni) sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti, che fa il punto sulla nuova tornata contrattuale del 2022-2024, formalmente avviata nel mese di gennaio con la trasmissione all'Agenzia da parte del Ministro della Pubblica amministrazione della "direttiva madre".

Ebbene, dal rapporto emerge che, a seguito dell'approvazione dell'ultima legge di bilancio, sono state stanziate risorse per circa 10 miliardi di euro, destinate ai rinnovi contrattuali, che condurranno quindi ad una crescita delle retribuzioni di circa il 6%.

Inoltre, dal rapporto emerge che, per alcuni settori o comparti, da specifiche disposizioni di legge sono stati altresì stanziati ulteriori 700 milioni di euro circa, con un incremento medio riconosciuto sul triennio del 6,2%.

In merito alle risorse stanziate, va sottolineato che circa la metà sono state già anticipate, attraverso l’erogazione dell’indennità di vacanza contrattuale, a partire dal 2022, nonché attraverso un'anticipazione avvenuta a fine 2023 con il D.L. n. 145/2023, ossia il “decreto anticipi”.

Ma, concretamente, a quanto ammontano gli aumenti?

Questi si aggirano attorno ai 160 euro al mese, di cui circa 70 già anticipati sotto forma di IVC complessiva, ossia appunto l'indennità di vacanza contrattuale.

Facendo il raffronto con le precedenti tornate contrattuali, viene evidenziato nel rapporto che, a fronte del 6% riconosciuto appunto per il triennio 2022-2024, l’incremento fu invece del 3,5% nel 2016-2018, con un incremento retributivo di circa 90 euro, e del 4% nel 2019-2021, con un incremento retributivo di quasi 110 euro.

Per quanto riguarda i tassi di inflazione, invece, questi sono risultati inferiori agli incrementi riconosciuti nelle ultime due tornate contrattuali, mentre risultano sensibilmente superiori nel triennio 2022-2024.

Quale effetto delle anticipazioni erogate alla fine di dicembre 2023, in virtù appunto del decreto anticipi (con cui è stato erogato al personale assunto a tempo indeterminato delle amministrazioni dello Stato l’importo annuo della maggiorazione di IVC calcolata in misura pari a 6,7 volte l’IVC base), la seconda sezione del Rapporto, dedicata alla dinamica delle retribuzioni contrattuali, rilevata da Istat a fine gennaio scorso, evidenzia un incremento del 16,6% delle retribuzioni nel pubblico impiego nel mese di dicembre, rispetto al mese precedente. È la cosiddetta variazione congiunturale.

Ebbene, le retribuzioni del personale non dirigente della pubblica amministrazione hanno registrato quindi a dicembre 2023 un aumento del 19,7% grazie all'anticipo dell'indennità di vacanza, mentre, per quanto riguarda la dirigenza contrattualizzata Aran, l'aumento congiunturale di dicembre 2023 è stato dell'1,7%. E questo in quanto, essendo costituita in larga parte dalla dirigenza medica, operante presso amministrazioni non statali, non era dovuto l'anticipo dell'indennità a dicembre 2023.

L'attuale Presidente dell'Aran, Antonio Naddeo, ha espresso soddisfazione per quanto fatto, ritenendo che le risorse stanziate per i rinnovi non solo riconoscano il valore cruciale del lavoro svolto dal pubblico impiego, ma rappresentino anche un segno di fiducia e un investimento fondamentale dello Stato nel futuro della PA.


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Nuova legge neopatentati 2024, i giovani potranno guidare auto più potenti: novità nella riforma del Codice della Strada

Pubblicato il: 26/02/2024

Con la nuova riforma del Codice della strada (d.lgs. 285/1992), i neopatentati potranno guidare auto più potenti anche nei primi 3 anni dal rilascio della patente.
Un emendamento alla riforma del Codice della strada approvato in commissione così infatti testualmente prevede: «Ai titolari di patente di guida di categoria B, per i primi tre anni dal rilascio, non è consentita la guida di autoveicoli aventi una potenza specifica, riferita alla tara, superiore a 75 kW/t. Nel caso di veicoli di categoria M1, anche elettriche o ibride plug-in, ai fini di cui al primo periodo, si applica un ulteriore limite di potenza massima pari a 105 kW».
Allo stato attuale il Codice della strada prevede, invece, il limite a 55 kW/t per gli autoveicoli in generale e a 70kw/h per le autovetture.

I veicoli di categoria M1 sono quelli destinati al trasporto di persone, con almeno 4 ruote e massimo 8 posti a sedere, oltre a quello del conducente.
Quali autoveicoli invece la patente B autorizza a guidare?
Oltre alle auto è possibile guidare i furgoni con questo tipo di patente. Il Codice della Strada utilizza due criteri fondamentali all'art. 116:

  1. il numero di posti per i passeggeri;
  2. il peso complessivo del mezzo.

Relativamente al primo criterio, la legge ora stabilisce che con la patente B è possibile mettersi alla guida di tutti gli autoveicoli adibiti al trasporto di persone con un massimo di 9 posti (incluso il conducente).
Il limite suddetto comporta che è consentito guidare un pulmino 9 posti con la patente B (oppure un camper sempre fino a un massimo di 9 posti), mentre non è possibile guidare un pulmino 12 posti con la patente B. Per questa tipologia di veicolo è infatti necessaria la patente D o D1.
Il secondo criterio, invece, chiarisce che la patente B abilita alla guida di autoveicoli di massa complessiva non superiore alle 3,5 tonnellate, dove per massa complessiva si intende il peso del mezzo sommato al carico trasportato.
Ne consegue la possibilità di guidare un furgone cassonato con la patente B, così come qualsiasi altro tipo di veicolo commerciale leggero che rispetti i limiti di peso e di posto passeggeri precedentemente visti.

Oltre ai classici furgoni, la patente B permette altresì di mettersi alla guida di un furgone con rimorchio, sebbene sia necessario rispettare non solo il limite di peso prescritto per la massa complessiva del mezzo ma anche altre condizioni:

  1. il peso del rimorchio non deve superare i 750 kg; se, invece, il rimorchio ha un peso superiore al limite consentito, allora è possibile autorizzare la guida del mezzo con patente B solo se la massa complessiva (data dalla combinazione delle due parti) non eccede le 3,5 tonnellate;
  2. sempre nel caso in cui il rimorchio pesi più di 750 kg e se la massa complessiva delle due parti va dalle 3,5 alle 4,25 tonnellate, allora è necessario sottoporre il veicolo a una specifica prova di capacità e comportamento che, se superata, consente il rilascio di una patente di guida specifica.

Ma non solo…
Oltre alle auto, ai furgoni e ai rimorchi, con la patente B è possibile mettersi alla guida anche di motoveicoli, ovvero di tricicli, quadricicli e motocicli (con cilindrata 125 e potenza 11 KW), di macchine agricole (come trattori e trebbiatrici) senza limiti di peso (incluse quindi quelle eccezionali), anche se esistono delle eccezioni per alcuni tipi di mezzo (ad esempio i trattori cingolati o i carri raccolta frutta), di macchine operatrici (semoventi, trainate, cingolate o stradali) con esclusione di quelle eccezionali e di mezzi per servizi d’emergenza (come auto della polizia, camion pompieri, ambulanza), a condizione però che il veicolo non superi le 3,5 tonnellate di peso complessivo.


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Partite Iva, ora è possibile pattuire redditi e tasse con l’Agenzia delle Entrate: ecco il concordato preventivo biennale

Pubblicato il: 26/02/2024

Nella Gazzetta Ufficiale 21 febbraio 2024, n. 43 è stato pubblicato il D. Lgs. 12 febbraio 2023, n. 13. Al fine di razionalizzare gli obblighi dichiarativi e di favorire l'adempimento spontaneo, il legislatore, con questo provvedimento, ha istituito lo strumento del concordato preventivo biennale, destinato a contribuenti di minori dimensioni, che siano titolari di reddito di impresa e di lavoro autonomo derivante dall'esercizio di arti e professioni, residenti nel territorio dello Stato.

La novità sta nel fatto che, in virtù di un patto siglato con l'Amministrazione finanziaria, le variazioni di reddito non entrano nel calcolo delle imposte da versare. Tuttavia, è bene precisare che, come il reddito aggiuntivo sarà di fatto esente da tassazione, così le eventuali perdite non determineranno una riduzione delle imposte da versare.

Come si determina il reddito d'impresa?
Ai fini delle imposte sui redditi, il reddito d'impresa si determina come differenza tra le componenti positive e le componenti negative, secondo il criterio della competenza economica: ovvero tenendo conto delle componenti positive e negative di competenza dell'esercizio e ciò indipendentemente dal momento effettivo di fatturazione e incasso o pagamento.
Per le cosiddette imprese minori, dal 2017 il criterio di competenza “puro” è stato sostituito con il criterio di cassa, secondo un regime misto cassa/competenza. In altri termini, per i ricavi percepiti e le spese sostenute si deroga al criterio della competenza, ferme restando le regole di determinazione e imputazione temporale dei componenti positivi e negativi quali le plusvalenze, minusvalenze, sopravvenienze, ammortamenti e accantonamenti previsti dal TUIR, espressamente richiamate dall'articolo 66. Ai fini della determinazione del reddito oggetto di concordato, sono escluse dal computo del reddito di impresa: le plusvalenze realizzate di cui agli artt. 56, 86 e 87 TUIR, le sopravvenienze attive (di cui all'art. 88 TUIR), nonché le minusvalenze e le sopravvenienze passive (di cui all'art. 101 del TUIR).

Ma qual è il presupposto per l'applicazione del concordato preventivo biennale?
Il presupposto per l'applicazione del concordato preventivo biennale è una proposta – formulata dall'Agenzia delle entrate – avente a oggetto la definizione biennale del reddito derivante dall'esercizio d'impresa o dall'esercizio di arti e professioni e del valore della produzione netta, rilevanti, rispettivamente, ai fini delle imposte sui redditi e dell'imposta regionale sulle attività produttive.
L'accettazione da parte del contribuente della proposta di concordato impegna il contribuente a dichiarare gli importi concordati con l'Amministrazione finanziaria per i periodi di imputazione oggetto di concordato. L'Agenzia delle entrate provvede all'iscrizione a ruolo, previa comunicazione al contribuente, delle somme non versate relative alle imposte dovute a seguito dell'adesione al concordato.
Viene specificato che, per essere ammessi al concordato preventivo biennale, i soggetti contribuenti agli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale (ISA) devono soddisfare un criterio fondamentale: non devono avere debiti fiscali superiori a 5.000 euro relativi ai tributi gestiti dall'Agenzia delle Entrate, compresi interessi e sanzioni, o devono estinguere tali debiti se già presenti. I debiti inclusi in sospensione o rateazione non rientrano nel limite sopra indicato fino alla decadenza dei relativi benefici.

Come avviene l'elaborazione della proposta?
L'elaborazione della proposta avviene sulla base di una metodologia che valorizza le informazioni già nella disponibilità dell'Amministrazione finanziaria, limitando l'introduzione di nuovi oneri dichiarativi. Tale elaborazione avviene anche attraverso processi decisionali individuati dal Regolamento (UE) 2016/679 sulla protezione dei dati personali (c.d. Regolamento GDPR), più precisamente attraverso i processi di profilazione di cui all'articolo 22 del medesimo regolamento. Il contribuente può aderire alla proposta di concordato preventivo biennale fino alla scadenza del termine di versamento delle imposte.

Quando cessa di avere efficacia il concordato?
Al di fuori dalla decorrenza del termine biennale (salvo rinnovo) di applicazione naturale del concordato preventivo, si dispone nel D. Lgs. 13/2023 che esso cessi di avere efficacia a partire dal periodo d'imposta nel quale si verifica una delle seguenti condizioni:

a) il contribuente modifica l'attività svolta nel corso del biennio concordatario rispetto a quella esercitata nel periodo d'imposta precedente il biennio stesso. La cessazione non si verifica se per le nuove attività è prevista l'applicazione del medesimo indice sintetico di affidabilità fiscale (di cui all'articolo 9-bis D.L. 50/2017);

b) il contribuente cessa l'attività.

Quali gli adempimenti del contribuente nei periodi d'imposta oggetto di concordato preventivo biennale?
In tale lasso di tempo i contribuenti, secondo quanto previsto all'art. 13 D. Lgs. 13/2023, sono tenuti agli ordinari obblighi contabili e dichiarativi e alla comunicazione dei dati, mediante la presentazione dei modelli per l'applicazione degli indici sintetici di affidabilità fiscale (art 9-bis D.L. 50/2017).

Tutti possono accedere alla proposta concordata?
Non possono accedere alla proposta di concordato preventivo biennale i contribuenti per i quali sussiste anche solo una delle seguenti cause di esclusione:
a) mancata presentazione della dichiarazione dei redditi in relazione ad almeno uno dei tre periodi d'imposta precedenti a quelli di applicazione del concordato, in presenza dell'obbligo di effettuare questo adempimento;
b) condanna per uno dei reati tributari individuati dal D. Lgs. 74/2000, per il reato di false comunicazioni sociali (di cui all'art. 2621), nonché per i reati di riciclaggio, di impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita e di autoriciclaggio (previsti rispettivamente dagli artt. 648 bis , 648 ter e 648 ter 1), se commessi negli ultimi tre periodi d'imposta antecedenti a quelli di applicazione del concordato. Alla pronuncia di condanna è equiparata la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti.

Cosa è previsto per i contribuenti aderenti al regime forfetario?

Va infine segnalato che, nei confronti dei contribuenti esercenti attività d'impresa, arti o professioni che aderiscono al regime forfetario, per il solo periodo di imposta 2024 l'applicazione del concordato preventivo è limitata, in via sperimentale, a una sola annualità.
La disciplina del regime forfetario, si ricorda, è riservata ai redditi d'impresa o di lavoro autonomo che nell'anno precedente hanno ottenuto ricavi o percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a 85 mila euro e hanno sostenuto spese per un importo complessivo non superiore a 20.000 euro lordi per lavoro accessorio, lavoro dipendente e compenso a collaboratori.


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Assegno di Inclusione 2024, è già un flop, nuovi requisiti d’accesso in arrivo: sono troppo pochi i beneficiari ammessi

Pubblicato il: 26/02/2024

L’Assegno di inclusione è la nuova misura di contrasto alla povertà, alla fragilità e all’esclusione sociale delle fasce deboli, andata a sostituire il Reddito di Cittadinanza (RdC) a partire da Gennaio 2024. Viene riconosciuto ai nuclei familiari con un ISEE non superiore a 9.360 euro, dei quali faccia parte almeno un componente
• con disabilità;
• minorenne;
• avente almeno 60 anni di età;
• inserito in un programma di cura e assistenza dei servizi sociosanitari territoriali.

La funzione dell’AdI è quella di integrare il reddito familiare, fino al raggiungimento dell’importo di 6.000 euro oppure di 7.560 euro annui, a seconda della composizione del nucleo familiare.
Tale importo, considerato importo base, viene poi moltiplicato per la cosiddetta “scala di equivalenza”, un parametro definito dal Governo in maniera molto rigida, al fine di ostacolare quelli che venivano chiamati “i furbetti del reddito di cittadinanza”.
Ed è proprio la rigidità di queste condizioni ad essersi rivelata la debolezza dell’assegno di inclusione, dal momento che i requisiti a cui le famiglie devono rispondere sono talmente stringenti, che di fatto molte restano escluse dal beneficio.

La “scala di equivalenza” definita dal Governo, infatti, prevede una serie di moltiplicatori: ad ognuno dei componenti del nucleo familiare, a seconda delle sue caratteristiche individuali, è assegnato un valore numerico. L’importo base, di cui si è parlato sopra, viene moltiplicato per i seguenti valori:
• per 1 se il componente è uno solo;
• per 0,50 se oltre al primo componente ce n’è un altro con disabilità o non autosufficiente;
• per 0,40 per ciascun altro componente con età pari o superiore a 60 anni;
• per 0,40 per ciascun altro componente maggiorenne con carichi di cura come definiti dall’art. 6, comma 5 (es. caregiver familiare di un congiunto con disabilità);
• per 0,30 per ciascun altro componente adulto in condizione di grave disagio ed inserito in programmi di cura e di assistenza certificati;
• per 0,15 per ciascun minore di età fino a due;
• per 0,10 per ogni ulteriore minore di età oltre il secondo.
Il valore assegnato ai componenti maggiorenni che non hanno disabilità o situazioni di disagio è zero; essi, dunque, non vengono considerati sulla scala di equivalenza.

Da una prima stima effettuata da Bankitalia, i valori sopra elencati risultano essere molto critici. In particolar modo, la stretta sui maggiorenni considerati “occupabili” costituisce il tallone d’Achille della misura. È emerso che molte famiglie non riescono ad accedere al beneficio, vedendosi rigettare la richiesta, mentre coloro che riescono ad ottenere e beneficiare dell’Assegno riceveranno comunque meno denaro di quanto si aspettassero.

La stima di Banca d’Italia vede quasi 780.000 domande presentate, di cui circa il 30% respinte. Ad accedere al beneficio, finora, sono stati solo 480.000 nuclei familiari; ciò significa quasi la metà dei potenziali aventi diritto.
Visti i dati allarmanti emersi dalla stima sopracitata, è nell’aria la modifica dei requisiti di accesso al beneficio da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con la cooperazione del Comitato scientifico per la valutazione delle misure di contrasto alla povertà, composto dal Direttore Generale per la Lotta alla povertà e la programmazione sociale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dai rappresentanti degli enti vigilati Anpal, Inapp e Inps, da un rappresentante dell'Istat e da 5 esperti indipendenti del mondo dell'università e della ricerca scientifica.


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NASpI e DIS-COLL 2024, nessun limite massimo di età per la disoccupazione: ecco i nuovi chiarimenti INPS

Pubblicato il: 25/02/2024

Nel messaggio del 20 febbraio 2024, n. 750 l’Istituto previdenziale ha fornito alcune precisazioni in ordine ai requisiti richiesti ai fini dell’accesso alle prestazioni di disoccupazione NASpI e Dis-coll.
La NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego), operativa dal 1° maggio 2015, sembra utile ricordare, garantisce un’indennità di durata variabile, per un massimo di due anni, ai lavoratori dipendenti che perdono l’impiego non volontariamente.
La DIS-COLL indica invece l’indennità di disoccupazione, della durata massima di sei mesi, per i lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata, fra cui sono ricompresi anche assegnisti e dottorandi di ricerca con borsa di studio.
Nel parere emesso l’INPS opera una distinzione fra collocamento ordinario e collocamento mirato. Quest’ultimo è definito anche collocamento obbligatorio, perché la L. 68/1999 prevede degli obblighi per i datori di lavoro, siano essi privati o pubblici. In particolare, le aziende con più di 14 dipendenti sono tenute ad assumere lavoratori e lavoratrici con accertata disabilità.

Quali precisazioni per i disoccupati ordinari?
I lavoratori che perdono involontariamente la propria occupazione devono sempre rilasciare la dichiarazione di immediata disponibilità (DID), quale presupposto per il riconoscimento delle indennità e per l’applicazione della relativa disciplina, anche di carattere sanzionatorio.
Al riguardo l’Istituto evidenzia, infatti, che ai sensi dell’ art. 21, comma 1, D. Lgs.150/2015, la medesima domanda di indennità di disoccupazione (NASpI e DIS-COLL) equivale al rilascio, da parte del richiedente la prestazione, della DID. Nel parere si conferma, inoltre, che il limite minimo di età per l’iscrizione al Centro per l’impiego resta quello dei 16 anni di età, come stabilito dall’art. 1, comma 622, della L. 296/2006.
Detto limite, pertanto, rileva anche ai fini dell’accesso alla NASpI e alla DIS-COLL in relazione alla non possibilità di rilascio della dichiarazione d’immediata disponibilità per i soggetti di età inferiore ai 16 anni, con conseguente esclusione di accesso alle medesime indennità.

Cosa invece è previsto in tema di collocamento mirato?
L’INPS precisa che il limite massimo di età per potere accedere alle medesime prestazioni è presente esclusivamente rispetto all’iscrizione negli elenchi del collocamento mirato ed è quello di cui all’art. 1, comma 1, del D.P.R. 10 ottobre 2000, n. 333 che così stabilisce: “Possono ottenere l’iscrizione negli elenchi del collocamento obbligatorio le persone disabili, che abbiano compiuto i quindici anni di età e che non abbiano raggiunto l’età pensionabile prevista dall’ordinamento, rispettivamente per il settore pubblico e per il settore privato“.
Le persone disabili destinatarie delle indennità, ancora si chiarisce, sono quelle indicate all’articolo 1 della L. 68/1999:
– persone in età lavorativa affette da minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali e portatori di handicap intellettivo, che comportino una riduzione della capacità lavorativa superiore al 45 per cento;
– persone invalide del lavoro con un grado di invalidità superiore al 33 per cento;
– persone non vedenti o sordomute;
– persone invalide di guerra, invalide civili di guerra e invalide per servizio con minorazioni ascritte dalla prima all’ottava categoria di cui alle tabelle annesse al testo unico delle norme in materia di pensioni di guerra.


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Riforma ISEE 2024, nuove regole per il calcolo ISEE sulla prima casa, i figli e l’Assegno Unico

Pubblicato il: 25/02/2024

Il Governo sta muovendo i primi passi verso una riforma dell’ISEE, ossia: l’indicatore che misura la situazione economica delle famiglie e che regola l’accesso a molti benefici fiscali e prestazioni sociali. L’obiettivo è quello di rendere tale strumento più equo, adeguandolo alle esigenze reali delle famiglie italiane.

Il progetto governativo tende alla revisione delle regole di calcolo dell’ISEE. Lo hanno confermato i Viceministri all’Economia Maurizio Leo e al Lavoro Teresa Bellucci, il cui obiettivo è quello di: «coniugare semplificazione, efficacia e tecnologia, mettendo tutte le famiglie che ne hanno bisogno, nelle condizioni di poter usufruire di uno strumento fondamentale per la piena realizzazione delle politiche di welfare».

Più precisamente, nel rivedere ciò che rientra nel calcolo ISEE, la riforma punta: all’esclusione dal calcolo dell’assegno unico, ad una rimodulazione della scala di equivalenza per le famiglie con figli, nonché ad una revisione del peso della prima casa sull’ISEE. Infine, il tavolo di lavoro interministeriale dovrà anche individuare le eventuali coperture economiche per suddetta la riforma.

Assegno Unico
Al centro del piano di riforma dell’ISEE vi sono le famiglie, molte delle quali usufruiscono del sussidio economico dell’assegno unico.
A differenza di quanto previsto per altri assegni familiari, l’assegno unico universale 2024 pur essendo esente IRPEF è incluso nel calcolo dell’ISEE. Di conseguenza un ISEE più alto comporta il venir meno di tutta una serie di benefici e prestazioni agevolate messe a disposizione dallo Stato. È proprio su questo aspetto che il Governo sta cercando di intervenire.
Tuttavia, ad oggi non è ancora chiaro se il Governo mira ad escludere totalmente l’assegno unico dal calcolo ISEE o a ridurne soltanto la portata.

Correttivi sulla prima casa
Un’altra priorità della riforma è quella di ridurre il peso che la prima casa ha attualmente sull’ISEE.
Ad oggi, infatti il valore della prima casa viene conteggiato ai fini del calcolo del patrimonio immobiliare, che a sua volta incide sul reddito equivalente. Questo va a penalizzare tutte quelle famiglie che, pur possedendo una casa di modesto valore, vivono in zone ad alta pressione immobiliare, o che hanno ereditato una casa di famiglia pur non percependo, di fatto un reddito elevato.

Proprio per tali famiglie, la riforma vorrebbe introdurre una soglia di esclusione o una riduzione del valore della prima casa ai fini dell’ISEE. Ciò al fine di “fotografare” in maniera più accurata la reale condizione patrimoniale e reddituale delle famiglie ed assicurare loro i benefici e le agevolazioni fiscali grazie ad un ISEE più basso.

Scala di equivalenza ISEE
La scala di equivalenza ISEE è uno dei parametri che consente il corretto calcolo dell’ISEE. Tale valore permette di confrontare situazioni familiari differenti e varia in base in base a diversi fattori quali: il numero di persone conviventi nel nucleo familiare o la presenza di particolari situazioni che comportano spese extra, come disabilità, più figli o una situazione di monogenitorialità. 

Grazie al parametro di calcolo della scala di equivalenza, è possibile avere un indicatore ISEE più adeguato, così da permettere l’accesso a bonus e agevolazioni alle famiglie effettivamente più bisognose.
Pertanto, quello a cui punta la riforma è una scala di equivalenza ancora più favorevole per le famiglie numerose e che diventa più vantaggiosa al crescere del numero dei figli.

Il Governo ha cominciato a mettere le basi per un progetto ambizioso e se riuscirà a portarlo a termine, ci saranno grossi benefici per tutte le famiglie italiane.

 


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Pensione di invalidità 2024, ecco come ottenere un aumento della pensione e gli arretrati con “l’incremento al milione”

Pubblicato il: 25/02/2024

È ufficiale l’aumento delle pensioni per gli invalidi totali e per i titolari di pensione di inabilità di età ricompresa tra i 18 e i 60 anni.

Con la sentenza n. 152 del 23 giugno 2020, la Corte Costituzionale ha infatti disposto la maggiorazione delle predette pensioni al fine di sostenere i redditi degli invalidi civili totali e degli inabili: è il cosiddetto meccanismo dell’“incremento al milione”.

Lo stesso art. 38 Cost., comma 1, recita infatti che “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”.

Con il c.d. “Decreto Agosto”, il Governo ha quindi disposto l’incremento al milione per gli invalidi civili al 100% e per i titolari di pensione di inabilità, estendendo la maggiorazione anche a favore dei “soggetti di età superiore ai diciotto anni, che risultino invalidi civili totali o sordomuti o ciechi civili assoluti titolari di pensione o che siano titolari di pensione di inabilità di cui all’articolo 2 della legge 12 giugno 1984, n. 222”. La Consulta è intervenuta quindi anche sul precedente requisito anagrafico, dichiarandolo irragionevole e discriminatorio e ritenendo che una maggior tutela debba essere riconosciuta agli invalidi civili totali e agli inabili non al compimento del 60esimo anni di vita, ma dal 18esimo anno di età.

Ma quali sono i requisiti per ottenere la maggiorazione e, soprattutto, è possibile ottenerne gli arretrati?

A questo punto, occorre fare un distinguo.
Mentre gli invalidi civili totali (ciechi e sordi), già titolari di pensione d’invalidità, ricevono (o dovrebbero ricevere) in automatico l’aumento al milione che, attualmente è pari a Euro 401,72, da calcolarsi su 13 mensilità, non essendo quindi necessaria alcuna domanda da parte degli interessati, per i titolari di pensione di inabilità è invece necessaria un’apposita istanza.

È infatti prevista la richiesta su domanda per il riconoscimento dell’incremento ai titolari di pensione di inabilità: la richiesta va presentata all’INPS, attraverso i canali online, se si è in possesso delle credenziali di accesso, oppure tramite gli intermediari Caf o patronati. Una volta effettuata la ricostituzione reddituale, la Struttura territoriale procederà alla verifica del diritto alla maggiorazione e, in presenza dei prescritti requisiti, al riconoscimento del beneficio.

La maggiorazione viene riconosciuta dall’Istituto in forma retroattiva. Tuttavia, è necessario segnalare in modo chiaro la richiesta degli arretrati. Nello specifico, come da indicazioni dell’INPS, i richiedenti dovranno indicare nel campo indicato, alla voce “NOTE”, la frase riportante la seguente dicitura: “Richiedo il riconoscimento della maggiorazione con decorrenza dal 1° Agosto 2020”.

E per gli arretrati degli invalidi assoluti?

Come già sappiamo, la possibilità di richiedere gli arretrati degli aumenti della pensione d’invalidità civile è possibile grazie all’emanazione del “Decreto Agosto”, che ha dato applicazione alla sentenza n. 152 del 23 giugno 2020, della Corte Costituzionale ed è stato in seguito convertito nella Legge n. 126 del 13 ottobre 2020.

Ciò significa che è possibile richiedere gli arretrati solo da luglio 2020 fino al periodo di effettivo aumento della pensione. L’unica eccezione è costituita da quegli invalidi civili al 100% che abbiano compiuto 60 anni prima di questa modifica.
In questa singola ipotesi – salvo restando che bisogna comunque rientrare nei range economici prestabiliti di cui si dirà tra poco – è possibile richiedere ben più degli arretrati maturati da luglio 2020.

Anche in questo caso, la domanda dovrà essere proposta tramite il portale dell’INPS, accedendo alla propria posizione personale mediante le credenziali. Andranno allegati un certificato medico attestante l’invalidità, una DSU contenente il calcolo dell’ISEE aggiornato e un documento che dimostri di aver compiuto il sessantesimo anno di età al momento dell’introduzione della maggiorazione. Andrà, infine, compilata l’apposita domanda nella sezione “ricostituzione per maggiorazioni sociali”.
In alternativa, è possibile rivolgersi a un patronato o a un ente abilitato dall’INPS.

Ma quali sono i limiti di reddito per presentare tale domanda e, più in generale, per ottenere la maggiorazione?
– Euro 4.333,29 per la maggiorazione sociale in misura piena;
– Euro 9.555,65 per la maggiorazione sociale in misura ridotta;
– Euro 11.280,62 (reddito coniugato) per la maggiorazione sociale in misura piena;
– Euro 16.502,98 (reddito da coniugato): per la maggiorazione sociale in misura ridotta.

Occorre, da ultimo, precisare che alla formazione di tali soglie non concorrono i redditi da prima casa e quelli derivanti da indennità di accompagnamento, mentre andranno presi in considerazione quelli esenti Irpef.
Viceversa, la maggiorazione versata non costituirà reddito imponibile.


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Parcheggiare la propria auto sul terreno del vicino, da oggi è possibile: ecco cosa dice la nuova Sentenza di Cassazione

Pubblicato il: 24/02/2024

Con la Sentenza n. 3925 del 13 febbraio 2024, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sulla possibilità, per il proprietario di un fondo, di conseguire il diritto di parcheggio sul fondo altrui, anche nel caso in cui non vi siano accordi tra le parti che lo prevedano: tale diritto prende il nome “servitù di parcheggio”.

La servitù, ossia la costituzione di un diritto su fondo altrui ai sensi dell’art. 1027 del c.c., può essere istituita volontariamente, mediante un contratto, oppure può essere “coattiva”, cioè imposta dalla pronuncia di un giudice.
La pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni Unite interviene proprio su quest’ultimo tipo di servitù di parcheggio: non sarà possibile, dunque, parcheggiare legittimamente l’auto sulla proprietà di altri se non c’è né un contratto, né una sentenza ad autorizzarci. Questa precisazione è essenziale al fine di evitare conseguenze legali di natura penale, commettendo il reato di invasione di terreni (art. 633 del c.p.) o di violazione di domicilio (art. 614 del c.p.).

Premesso tutto ciò, quali sono le condizioni necessarie affinché sia possibile parcheggiare sul suolo della proprietà adiacente alla nostra?

  • Prima di tutto, la servitù di parcheggio può essere istituita a favore di un fondo (cosiddetto “dominante”), sul fondo appartenente ad altri (detto servente) solo quando ciò porti un vantaggio al fondo dominante, come ad esempio la possibilità di facilitare l’accesso ad un’attività commerciale, o rendere maggiormente utilizzabile un’area che altrimenti resterebbe deserta.
  • Non dev’essere possibile parcheggiare altrove: non si può istituire un diritto sulla proprietà altrui, a meno che non sia davvero indispensabile.
  • La servitù deve essere “localizzata”, vale a dire che solo uno spazio ben preciso e determinato deve essere destinato al parcheggio.
  • Anche quando la servitù sia “localizzata”, quindi interessi una porzione di terreno ben determinata, va specificato che il fondo altrui è destinato esclusivamente al parcheggio: non sarà possibile utilizzare per altri scopi il terreno non nostro.
  • Il fondo servente deve mantenere la propria utilità e, a tal fine, prima di istituire una servitù di parcheggio va verificato che ciò non causi intralcio al proprietario del fondo servente.
  • Il fondo servente e il fondo dominante devono essere vicini, altrimenti non sarebbe in alcun modo utile, né necessaria, l’istituzione di un diritto su fondo altrui (primo e secondo requisito del presente elenco).
  • La servitù non deve giovare ad un bisogno individuale del proprietario del fondo dominante: deve accrescere oggettivamente l’utilità del fondo, e non portare un vantaggio al proprietario personalmente.

I giudici della Suprema Corte di Cassazione, nel caso di specie, sono stati chiamati a pronunciarsi sulla domanda di nullità – respinta nei primi due gradi di giudizio – di una servitù di parcheggio costituita con atto notarile: i nuovi proprietari del fondo servente chiedevano dichiararsi la nullità della servitù volontaria, istituita dai vecchi proprietari, sostenendo che la servitù di parcheggio istituita sul proprio terreno non permettesse al fondo servente di mantenere la propria utilità.

Tuttavia, la Corte ha respinto il ricorso, confermando la valida costituzione della servitù di parcheggio, posto che, come evidenziato dal Tribunale Ordinario in primo grado, i nuovi proprietari avevano acquistato il terreno ben sapendo che esso era gravato da una servitù di parcheggio, istituita su base volontaria per atto notarile tra i proprietari del fondo dominante ed i vecchi proprietari del fondo servente.

La pronuncia poc’anzi esposta rappresenta un importantissimo precedente giurisprudenziale, data la frequenza con cui si verificano dissapori riguardanti il parcheggio tra vicini di casa o di attività commerciali, e la grande esigenza di porre fine a questo genere di liti.


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