Cartelle esattoriali, da oggi sarà più semplice e conveniente pagarle grazie al nuovo Decreto: ecco le nuove modalità

Pubblicato il: 12/07/2024

Il 3 luglio, durante la conferenza stampa a seguito del Cdm, il viceministro Leo ha annunciato l'approvazione dello schema di un nuovo decreto legislativo in materia di riscossione.
Le novità introdotte sono due: il discarico automatico e la rateizzazione fino a 120 mesi.
Questa riforma nasce con l'obiettivo di velocizzare la riscossione dei debiti che i contribuenti hanno con lo Stato e che ammontano a circa 1200 miliardi di euro. Di questa cifra il Governo punta a recuperare 100 miliardi, in quanto parte dei crediti è di difficile esigibilità, sia per il loro ammontare, sia per le difficoltà economiche dei contribuenti (poiché parte dei crediti deriva da soggetti dichiarati falliti o irreperibili, oppure si tratta di crediti troppo "piccoli", il cui costo di riscossione sarebbe eccessivamente alto).
Un altro obiettivo della manovra è quello di invogliare i contribuenti a pagare i loro debiti con l'Agenzia delle Entrate, attraverso le due novità introdotte.

Entriamo adesso nel merito della prima novità, ossia l'aumento della rateizzazione delle cartelle esattoriali. Vediamo, infatti, che è possibile ottenere una rateizzazione fino a 120 mensilità, che corrispondono a 10 anni. Questo aumento sarà, però, progressivo, in quanto avremo fino a:

  • 84 rate tra il 2025 e il 2026;
  • 96 rate tra il 2027 e il 2028;
  • 108 rate dal 2029;
  • 120 rate dal 2031.
Chiaramente non tutti potranno accedere a queste agevolazioni, ma solo coloro che dimostreranno di avere difficoltà economiche gravi e non abbiano più di 120 mila euro di debiti con il Fisco.

La seconda novità consiste nel discarico automatico dopo 5 anni dalla presentazione della cartella esattoriale, a partire da quelle del primo gennaio 2025, da parte dell'Agenzia delle entrate. Il discarico avverrà automaticamente il 31 dicembre del quinto anno successivo alla presentazione della cartella in caso di mancato pagamento; di conseguenza le cartelle saranno rimandate all'ente impositore, che dovrà eliminarle dal proprio bilancio.
Il discarico potrà avvenire anche anticipatamente, se il debitore dimostrerà di avere una situazione economica tale da non poter saldare il proprio debito con l'ente impositore.
In ogni caso l'ente di riscossione potrà comunicare all'ente impositore il discarico anticipato in caso di:

  • fallimento del debitore;
  • liquidazione giudiziale;
  • mancanza di beni aggredibili a seguito di controlli sull'anagrafe tributaria;
  • mancanza di beni aggredibili ulteriori rispetto a quelli già usati per precedenti attività di recupero.
Restiamo in attesa della pubblicazione del testo in Gazzetta Ufficiale per notizie più approfondite.

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Ferie, se ti ammali durante le vacanze puoi sospenderle e recuperarle in seguito: ecco cosa fare per non perderle

Pubblicato il: 12/07/2024

A volte può capitare che, dopo aver preso le ferie, un evento improvviso come la malattia possa costringere il lavoratore a rinunciare a quei giorni.
Prima di vedere cosa prevede, in questi casi, la disciplina, è utile dare delle indicazioni su cosa si intenda per malattia e per ferie.
La malattia, in ambito lavorativo, è una situazione nella quale il lavoratore è impossibilitato ad eseguire la prestazione lavorativa – cui è obbligato – per cause esterne al luogo di lavoro. Il diritto del lavoratore ad assentarsi dal luogo di lavoro è ben tutelato sia a livello costituzionale con l’art. 36 Cost., sia a livello civilistico attraverso l’art. 2110 del c.c.. Entrambe le norme permettono al lavoratore di mantenere il proprio posto di lavoro e la propria retribuzione, con l’unico onere di presentare un certificato medico.

Le ferie sono un periodo di riposto che spetta al lavoratore per recuperare le energie psico-fisiche. Anche le ferie sono tutelate a livello normativo, in particolare dall’art. 36 Cost. – il quale afferma che le ferie sono un diritto indisponibile, quindi irrinunciabile, da parte del lavoratore – oltre che dall’art. 2109 del c.c. e dai CCNL.

Ma vediamo che rapporto c’è tra il diritto ai giorni di malattia e il diritto alle ferie. Infatti lo stesso varia in base ad alcune ipotesi:

  1. la malattia si presenti prima delle ferie già programmate. In questo caso, le ferie saranno annullate fino a quando il dipendente non si sarà ripreso. È obbligo del dipendente non solo fornire il certificato medico, ma restare disponibile nelle fasce orarie per le visite fiscali;
  2. la malattia si presenti durante le ferie. In questa seconda ipotesi è possibile sospenderle e godere in futuro della parte restante.
Nella seconda ipotesi vanno seguiti alcuni passaggi: anzitutto comunicare tempestivamente al datore di lavoro la malattia, in quanto la sospensione delle ferie avviene dal momento in cui il datore viene a conoscenza della malattia stessa; in secondo luogo, da questa data il lavoratore otterrà l’indennità prevista dall’INPS e dovrà essere reperibile in caso di visite fiscali.

La sospensione delle ferie si ha anche in caso di ferie collettive, ossia quelle che comportano la chiusura aziendale. Il lavoratore avrà poi diritto a recuperare i giorni di ferie persi seguendo la procedura sopra elencata.
Infine abbiamo il caso in cui sia un figlio ad ammalarsi durante le ferie del lavoratore. In questo caso, il lavoratore o la lavoratrice avranno diritto alla sospensione delle ferie solo nel caso in cui la malattia del figlio comporti un ricovero ospedaliero. Per i figli di età fino a 3 anni non c’è un limite minimo ai giorni di ricovero per ottenere la sospensione; invece nel caso di figli tra i 3 e gli 8 anni la sospensione avviene solo per un massimo di 5 giorni l’anno.
Da questo possiamo dedurre che, oltre gli 8 anni del figlio, in caso di ricovero dello stesso, non si avrà diritto alla sospensione delle ferie.


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Dipendenti pubblici, arriva il nuovo contratto con più smart-working e aumenti in busta paga: ecco per quali categorie

Pubblicato il: 12/07/2024

Tra le novità contenute nella prima bozza del nuovo contratto di lavoro per i dipendenti pubblici del settore “Funzioni centrali” vi è la previsione di un incremento delle opportunità di lavoro da remoto per alcune categorie di lavoratori. Detta bozza, infatti, prevede un aumento del numero di giorni di smartworking, nonché l’abolizione del criterio secondo cui la maggior parte del lavoro deve essere svolta in presenza e non in modalità di lavoro agile.
Il nuovo contratto sarà oggetto di discussione nell’incontro che si terrà in questi giorni tra l’ARAN (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle Pubbliche Amministrazioni) – che svolge funzioni di rappresentanza legale di tutte le P.A. in sede di contrattazione collettiva nazionale – e i sindacati dei lavoratori appartenenti al comparto “Funzioni centrali”.

Si tratta di un settore che coinvolge un numero di lavoratori piuttosto ampio: esso, infatti, conta circa 200 mila lavoratori, compresi dipendenti dei Ministeri, delle Agenzie fiscali e degli enti economici e previdenziali, come ad esempio INPS e INAIL.
La bozza prevede che alcune categorie di dipendenti possano usufruire di un maggior numero di giorni di lavoro da remoto, anche superiore rispetto a quelli in presenza.
In particolare, la novità riguarda alcune categorie di lavoratori, tra cui è possibile annoverare:

  • coloro che dimostrino di avere specifiche esigenze di salute;
  • coloro che assistono familiari con disabilità o in condizioni gravi ai sensi della Legge 104;
  • genitori con bambini piccoli.
Il criterio della prevalenza del lavoro in ufficio era stato imposto dall'ex ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, con l’obiettivo di consentire alla P.A. di superare le difficoltà derivanti dall'emergenza pandemica.
In forza del nuovo contratto, invece, il lavoro agile torna al centro delle trattative sindacali, con l'obiettivo di renderlo più accessibile alle categorie fragili e ai genitori con figli piccoli.

Tuttavia, tale rinnovo contrattuale si preannuncia piuttosto complesso. Infatti, alcuni sindacati hanno avanzato la richiesta di maggiori risorse per gli aumenti salariali, sperando di ottenere un ulteriore 0,5 per cento, sulla falsariga di quanto avvenuto nell’ultima riforma dell’ordinamento professionale.
La criticità risiede nel fatto che tale ulteriore aumento, che andrebbe sommato a quello del 5,78 per cento già finanziato nella manovra dell'anno scorso, avrebbe un costo che si aggira attorno al miliardo di euro per tutti i comparti. Infatti, l'attuale situazione delle finanze pubbliche è piuttosto critica. Ne discende che, molto probabilmente, la richiesta dei sindacati non potrà essere accolta. Altri sindacati, invece, propongono di firmare immediatamente la parte economica, per far arrivare gli aumenti nelle buste paga il prima possibile.

Un problema che necessita di soluzione riguarda la perdita della contribuzione per quei dipendenti pubblici che superano i 35 mila euro lordi di stipendio, anche di un solo euro.
Questo taglio del cuneo contributivo, secondo i calcoli dell'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), equivale a 1.100 euro netti l'anno. Ne consegue che i dipendenti che si trovano in quella fascia di reddito rischiano di vedere annullati gli aumenti contrattuali a causa della perdita della decontribuzione.

Questo problema riguarda anche il comparto sanitario, dove molti infermieri hanno redditi vicini alla soglia dei 35 mila euro lordi. È pertanto verosimile che, per risolvere questa criticità, si dovrà attendere la prossima manovra di Bilancio, quando il Governo potrebbe introdurre correttivi per evitare questo effetto negativo.


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Eredità, ecco tutti i metodi legali per sapere quanti immobili hanno i tuoi genitori: scopri come fare

Pubblicato il: 12/07/2024

La situazione economica attuale, caratterizzata da una notevole complessità e criticità, ha fatto sì che le proprietà immobiliari siano annoverate tra i beni costituenti una fonte di stabilità finanziaria. Infatti, in un contesto come quello odierno, in cui l'acquisto di nuove proprietà diventa sempre più difficile a causa dell'instabilità lavorativa e dell'aumento dei tassi di interesse per i mutui, chi possiede immobili deve necessariamente considerare queste risorse come fondamentali e prestare loro la massima attenzione.

L’importanza della proprietà privata è consacrata anche a livello costituzionale. Infatti, l’art. 41 Cost. recita che la proprietà è pubblica o privata. Ancora, “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”.

Tuttavia, il patrimonio immobiliare non rileva solo a livello nazionale, ma assume un ruolo centrale anche (e soprattutto) nell'economia familiare. Data questa centralità, è essenziale avere una conoscenza dettagliata della situazione economica complessiva del proprio nucleo familiare, inclusi gli immobili.
Questa consapevolezza è particolarmente utile, non solo nell’ottica di gestire al meglio le proprie sostanze economiche – cercando quindi di massimizzare eventuali profitti – ma anche e soprattutto in vista di una futura eredità. Infatti, comprendere a fondo lo stato economico della propria famiglia permette di fare scelte oculate in ordine alla gestione del patrimonio e di prendere decisioni adeguatamente ponderate al momento dell'apertura della successione, come ad esempio decidere se accettare o meno l'eredità, oppure accettarla con beneficio di inventario.

Quest’ultimo istituto, regolato dall’art. 484 del c.c., serve a proteggere l'erede dalle conseguenze sfavorevoli che possono derivare dall'accettazione di un'eredità in cui i debiti e gli oneri superino il valore dei beni ereditati. L'accettazione con beneficio di inventario consente così di accettare anche eredità dalla consistenza incerta, permettendo all'erede di limitare la propria responsabilità.
L'eredità può essere accettata in due modi: puramente e semplicemente oppure con beneficio di inventario.
La distinzione tra queste due modalità di accettazione attiene al profilo della responsabilità dell'erede per i debiti ereditari. Invero, l'accettazione pura e semplice comporta la fusione tra il patrimonio dell'erede e quello del defunto, rendendoli un unico patrimonio indivisibile. In questo caso, l'erede è responsabile per i debiti ereditari anche oltre il valore dei beni ereditati, dovendoli pagare integralmente.
L'accettazione con beneficio di inventario, invece, evita la fusione dei patrimoni dell'erede e del defunto. Questo limita la responsabilità dell'erede ai debiti ereditari entro il valore dei beni ereditati.

Tornando al tema centrale di questo articolo, è innanzitutto importante notare che le informazioni sulle proprietà immobiliari sono pubbliche e accessibili a chiunque. Le stesse, infatti, possono essere facilmente ottenute attraverso la consultazione di registri detenuti presso pubblici uffici oppure banche dati consultabili online.
La prima modalità per conoscere lo stato patrimoniale e immobiliare della propria famiglia è la consultazione delle visure catastali. Questo può essere fatto sia recandosi fisicamente presso gli uffici del Catasto, sia tramite la consultazione delle banche dati telematiche presenti sul portale online dell'Agenzia delle Entrate. Queste visure forniscono dettagli precisi su ogni immobile registrato.

Con il consenso dei genitori, è possibile altresì richiedere e visionare atti e documenti relativi agli immobili, come atti di compravendita, testamenti, contratti di locazione ecc. Questi documenti permettono di acquisire una panoramica completa delle eventuali transazioni e degli accordi conclusi riguardanti le proprietà familiari.

Un altro metodo importante per conoscere le proprietà immobiliari dei propri genitori è la consultazione del Registro delle ipoteche. Questo strumento è particolarmente utile per ottenere informazioni su eventuali gravami o ipoteche che pesano sugli immobili. Conoscere questi dettagli in anticipo è fondamentale per comprendere se un immobile sia libero da vincoli o se ci siano oneri a favore dei creditori, da dover eventualmente soddisfare al momento dell’apertura della successione.
In un'epoca di incertezze economiche, avere una chiara visione delle proprietà immobiliari e della situazione finanziaria della propria famiglia è più importante che mai. Questo non solo aiuta a proteggere e gestire meglio il patrimonio familiare, ma prepara anche i componenti della famiglia a prendere decisioni informate riguardo all’eredità.


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Legge 104, il lavoratore licenziato deve essere reintegrato se non è stata rispettata questa procedura: novità Cassazione

Pubblicato il: 11/07/2024

Con l'ordinanza n. 18094 del 2 luglio 2024 emessa dalla Corte di Cassazione è stata dichiarata l'illegittimità del licenziamento di un lavoratore portatore di handicap da parte di un datore di lavoro che aveva violato la procedura di licenziamento del lavoratore disabile prevista dall'art. 10 della L. 68/1999 e, segnatamente, dal comma 3. La Corte ha ritenuto questa conclusione coerente con la speciale protezione accordata ai disabili dalla disciplina interna e sovranazionale, finalizzata a ridurre i margini di apprezzamento discrezionale del datore, rimettendo ad un organo terzo ed imparziale l'espressione di un peculiare giudizio tecnico relativo all'opportunità del reinserimento.

Ma cosa prevede più in dettaglio la norma appena citata?

La norma suindicata prevede una visita da parte della commissione medica integrata di cui all'art. 4. Si afferma in particolare che, in caso di aggravamento delle condizioni di salute o di significative variazioni dell'organizzazione del lavoro, il disabile può chiedere che venga accertata la compatibilità delle mansioni a lui affidate con il proprio stato di salute. Nelle medesime ipotesi il datore di lavoro può chiedere che vengano accertate le condizioni di salute del disabile per verificare se, a causa delle sue minoranze, possa continuare ad essere utilizzato presso l'azienda. Qualora si riscontri una condizione di aggravamento che, sulla base dei criteri specificati dal legislatore, sia incompatibile con l'esercizio dell'attività lavorativa, o tale incompatibilità sia accertata con riferimento alla variazione dell'organizzazione del lavoro, il disabile ha diritto alla sospensione non retribuita del rapporto di lavoro fino a che l'incompatibilità persiste. Durante tale periodo il lavoratore può essere impiegato in tirocinio formativo.
Gli accertamenti – si indicano al comma 3 dell'art. 10 in oggetto – sono compiuti dalla suddetta speciale commissione medica integrata.

Nel citato comma 3 si precisa ancora che:

  • la richiesta di accertamento e il periodo necessario per il suo adempimento non costituiscono causa di sospensione del rapporto di lavoro;
  • il rapporto di lavoro può essere risolto nell'ipotesi in cui, pur attuando i possibili adattamenti dell'organizzazione del lavoro, la predetta commissione accerterà la definitiva impossibilità di reinserire il disabile all'interno dell'azienda.

Quali sono in definitiva le conclusioni adottate dalla Corte Suprema?

La Cassazione ha rilevato che i vincoli normativi appena illustrati non sono stati rispettati dall'azienda che ha licenziato il dipendente. Pertanto, i giudici non hanno ritenuto sufficiente il motivo adottato dal datore circa l'eliminazione del reparto al quale era stato aggiunto l'interessato, affidato ad una ditta esterna.
La decisione della Corte Suprema ribalta con tali argomentazioni l'indirizzo sostenuto dalla Corte d'Appello secondo cui la malattia del lavoratore e la mancanza di titolo per mansioni diverse giustificavano invece la mancanza di repechage (ricollocazione del dipendente in azienda). In definitiva, soltanto se sia accertata dall'organo tecnico terzo e imparziale la definitiva impossibilità di reinserire il disabile all'interno del luogo di lavoro, ponendo in essere anche i possibili “accomodamenti ragionevoli”, il rapporto di lavoro potrà essere legittimamente interrotto con il licenziamento.


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Pignoramento auto, non è detto che sia sempre possibile farlo: ecco la sentenza che cambia tutto

Pubblicato il: 11/07/2024

Hai un debito che non sei riuscito a saldare e ora hai paura che il tuo creditore possa iniziare a pignorarti i beni per recuperare quanto gli spetta. In particolare, hai paura che il creditore punti a pignorarti l’unica auto di cui disponi per lavoro.

Quando la famiglia non ha altri veicoli, è possibile pignorare l’unica auto che serve per il lavoro?

Il Tribunale di Torino ha dato una risposta con la sentenza n. 449 del 2022.

In generale, devi sapere che il pignoramento è l’atto con cui si inizia la forma più comune di esecuzione forzata: ossia, quella per espropriazione. Si tratta di una procedura volta alla sottrazione coattiva dei beni del debitore, con lo scopo di convertirli in denaro per il soddisfacimento del creditore.

Se la procedura riguarda beni mobili, si parla di espropriazione forzata mobiliare.

Il codice di procedura civile disciplina la scelta delle cose da pignorare. Ci sono beni mobili che non possono essere sottoposti a pignoramento (art. 514 del c.p.c.) e cose mobili che possono essere pignorate, ma solo a determinate condizioni (art. 515 del c.p.c.).

L’art. 514 c.p.c. precisa i beni mobili assolutamente impignorabili. Nello specifico, non possono essere pignorati i beni che hanno un valore religioso per il debitore o che garantiscono il sostentamento del debitore e della sua famiglia almeno per un mese. Ancora, non sono pignorabili i beni che devono essere conservati per l’adempimento di un pubblico servizio. Inoltre, non è possibile procedere a pignoramento quando si tratta di animali domestici (ad esempio, animali da compagnia o terapia).

Invece, l’art. 515 c.p.c. stabilisce i beni mobili relativamente impignorabili: ossia quella categoria di beni che possono essere assoggettati a pignoramento, ma solo a certe condizioni.

Ai sensi del comma 3 dell’art. 515 c.p.c., è possibile il pignoramento dei beni indispensabili per l’esercizio della professione, dell’arte o del mestiere del debitore, ma soltanto nei limiti del valore di un quinto, qualora gli altri beni non siano sufficienti a soddisfare il creditore.

In generale, tra i beni pignorabili rientra l’automobile. A ciò devi anche aggiungere che non ci sono norme che vietano il pignoramento dell’unico veicolo di una famiglia.

Però, cosa ha detto il Tribunale di Torino con la sentenza del 2022?

Innanzitutto, il Tribunale ha stabilito che l’auto, che viene adibita allo svolgimento dell’attività lavorativa, è impignorabile poiché necessaria all’espletamento di attività funzionali alla sopravvivenza.

La vicenda riguardava un debitore che si era opposto al pignoramento sul proprio veicolo, poiché questo era funzionale e necessario allo svolgimento all’attività di agente di commercio tra due regioni che gli aveva assegnato l’azienda. Infatti, l’uomo aveva dimostrato che lo spostamento tra le due regioni con i mezzi pubblici gli avrebbe creato delle difficoltà e, soprattutto, avrebbe messo a rischio i proventi dell’attività e i mezzi di sussistenza.

Il Tribunale accoglieva l’opposizione del debitore, operando un bilanciamento degli interessi tra il diritto del creditore e il diritto al lavoro del debitore. In tal caso, il primo veniva compresso in favore del secondo.

Dunque, quando la famiglia ha una sola automobile, è possibile il pignoramento?

Sempre secondo i giudici di Torino, così come l’auto usata per il lavoro, non può essere pignorata nemmeno l’unica auto che appartiene alla famiglia. Ciò poiché questo veicolo è necessario a soddisfare le necessità del nucleo familiare.

L'idea è quella di volere, contemporaneamente, sia permettere al debitore di proteggere tutti i beni necessari alla vita quotidiana, sia tutelare la garanzia patrimoniale del creditore. D’altronde, se ci pensi, il debitore, se può continuare a lavorare e a percepire lo stipendio (o, comunque, i proventi dell’attività lavorativa), potrà far fronte al proprio debito.

In conclusione, prima di iniziare un’azione esecutiva sui beni del debitore, il creditore deve verificare la natura e l’uso di questi beni per non incappare in un’esecuzione inutile.

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Congedo parentale, novità INPS: stop ai pagamenti se richiedi l’indennità con queste modalità: ecco cosa verificare

Pubblicato il: 11/07/2024

L’INPS, con il messaggio n. 2283 del 19 giugno 2024, ha annunciato di aver modificato le modalità di gestione delle pratiche relative alle domande di congedo parentale, al fine di autorizzare l'indennizzo con aliquota maggiorata.

In particolare l’Istituto previdenziale fa presente che, con la nuova gestione delle pratiche, se si richiede l'indennità in misura maggiorata senza avervi diritto (cioè all'80% anziché al 30% della retribuzione), verrà bloccata ogni erogazione, anche quella in misura base (30%).
Più chiaramente, in presenza di richieste di indennità non fondate, la procedura non indennizza automaticamente con l'aliquota base al 30%, ma chiede la rimozione del Tab di richiesta di indennità maggiorata.

Ma in cosa consiste, più nel dettaglio, il congedo parentale con richiesta di aliquota maggiorata?

Si tratta di un istituto introdotto dall’art. 1, comma 179, L. 30 dicembre 2023, n. 213 (legge di Bilancio 2024). La norma citata ha disposto l’elevazione, dal 30% al 60% della retribuzione, dell’indennità di congedo parentale per un’ulteriore mensilità da fruire entro il sesto anno di vita del figlio (o entro 6 anni dall’ingresso in famiglia del minore in caso di adozione o di affidamento e, comunque, non oltre il compimento della maggiore età).
Per il solo anno 2024, l’elevazione dell’indennità di congedo parentale per l’ulteriore mese è pari all’80% della retribuzione (invece del 60%).
La citata previsione, che opera in alternativa tra i genitori, trova applicazione con riferimento ai lavoratori dipendenti che terminano il congedo di maternità o, in alternativa, di paternità successivamente al 31 dicembre 2023 (cfr. circolari Inps n. 45/2023 e n. 57/2024).
Per richiedere l'indennizzo in parola – chiarisce l’Istituto – è necessario spuntare con ‘SÌ' la nuova dichiarazione “Dichiaro di voler richiedere l'indennizzo con aliquota maggiorata”, presente nella pagina “Dati domanda”.

Cosa verifica la nuova procedura?

La procedura verifica che:

  • il periodo richiesto sia fruito entro i 6 anni di età del minore, oppure, in caso di adozione/affidamento, entro i 6 anni dall'ingresso in famiglia;
  • il periodo richiesto con indennità maggiorata, a prescindere dalle condizioni di reddito, non ecceda i 3 mesi di congedo indennizzati e non sia trasferibile all'altro genitore.

Riguardo a quest'ultimo punto si segnala che, in caso di parziale superamento dei 3 mesi indennizzati e non trasferibili all'altro genitore, la nuova procedura automatizzata richiederà, all'atto della domanda, di confinare il periodo indennizzato con aliquota maggiorata comunque al limite temporale dei 3 mesi, escludendo dal computo, quindi, il periodo eccedente.

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Agenzia delle Entrate, niente controlli alla dichiarazione dei redditi se scegli questa procedura: ecco cosa devi fare

Pubblicato il: 11/07/2024

L'ufficio stampa dell'Agenzia delle Entrate ha pubblicato un comunicato, per chiarire tutti i dubbi dei contribuenti e degli operatori circa la procedura di invio del modello precompilato 730 e relative agevolazioni. Inoltre è stata creata una sezione apposita nel sito dell'Agenzia, in cui si possono consultare tutte le agevolazioni divise per le varie spese, deduzioni e detrazioni.

Dal 30 aprile, infatti, è iniziato il periodo per la dichiarazione dei redditi: i contribuenti non sono solo impegnati nella selezione dei documenti utili alla compilazione del modello 730, ma si stanno anche approcciando al modello precompilato 730, fornito dall'Agenzia stessa e che può essere modificato o accettato come proposto.
Questa nuova modalità ha suscitato molti dubbi e domande sia nei contribuenti che decidono di compilare e inviare da soli il modello, sia negli operatori che effettuano quest'operazione per conto del contribuente.
Andiamo, quindi, a riassumere ciò che si trova nella nuova sezione del sito delle Entrate.

Dai vari file che possiamo trovare all'interno della sezione denominata "Tutte le agevolazioni della dichiarazione 2024", si apprende che ci sono diverse agevolazioni a seconda che:

  • la dichiarazione sia stata presentata direttamente dal contribuente o attraverso gli operatori Caf o professionisti;
  • la dichiarazione sia stata accettata senza modifiche o con modifiche.
Nel caso in cui sia direttamente il contribuente a presentarlo attraverso il sito web, accettandolo senza modifiche, l'Agenzia non effettuerà alcun controllo documentale sugli oneri deducibili e detraibili risultanti dalla dichiarazione.
Se invece il contribuente dovesse effettuare delle modifiche che incidono sulla determinazione del reddito o dell'imposta, i controlli documentali si effettueranno solo ed esclusivamente sui documenti che hanno prodotto la modifica del reddito o dell'imposta.
Infine viene specificato che queste agevolazioni sono previste anche per chi si dovesse avvalere della compilazione semplificata.

Se, invece, il modello 730 è stato trasmesso tramite Caf o tramite professionisti, vediamo che, in assenza di modifiche, non verrà effettuato il controllo formale sui dati relativi agli oneri forniti dal soggetto terzo.
In caso di modifiche, i controlli saranno documentali e verranno effettuati nei confronti del Caf o del professionista solo sui documenti che incidono sulla determinazione del reddito o dell'imposta e riguardanti oneri e detrazioni.
Fanno eccezione le spese sanitarie, per le quali si effettueranno controlli formali solo sui documenti che risultano non presentati nella dichiarazione.

È importante segnalare due cose: la prima è che la dichiarazione precompilata si considera accettata se le modifiche non comportano un ricalcolo del reddito o dell'imposta; la seconda è che l'Agenzia può sempre effettuare controlli documentali sui dati comunicati attraverso la Certificazione Unica dal sostituto d'imposta.

Quindi, cari contribenti, attenzione alle modifiche ma approfittate anche delle agevolazioni.


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Guidare con la patente revocata, per la Corte Costituzionale non è reato ma è punibile solo con una multa: ecco perché

Pubblicato il: 10/07/2024

Non si configura più come fattispecie di reato la condotta di colui che, sottoposto a misura di prevenzione personale con provvedimento definitivo, ma senza che per tale ragione gli sia stata revocata la patente di guida, si pone alla guida di un veicolo dopo che il titolo abilitativo gli sia stato revocato o sospeso a causa di precedenti violazioni delle disposizioni del codice della strada.
Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, nella sentenza 5 giugno 2024, n. 116, con cui ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 73 del Codice antimafia (D. Lgs. 159/2011).

Si rende utile ricordare che le misure di prevenzione personali (avviso orale, rimpatrio con foglio di via obbligatorio, sorveglianza speciale, divieto e obbligo di soggiorno) si applicano a coloro che:

  • debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi;
  • per la condotta e il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivano abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose;
  • per il loro comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che siano dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.

Quali sono i fatti?

La questione è stata sollevata dal Tribunale di Nuoro nell'ambito di un giudizio instaurato nei confronti di una persona destinataria, in via definitiva, dalla misura di prevenzione dell'avviso orale semplice (art. 3, comma 4, D. Lgs. 159/2011), imputata del reato di cui all'art. 73 del Codice antimafia, per aver guidato un'autovettura senza patente, in quanto in precedenza sospesa con provvedimento prefettizio per guida in stato di ebbrezza.

Ma in cosa consiste l' avviso orale semplice?

L'avviso orale consiste in un invito a mutare condotta rivolto a una persona, in quanto considerata connotata da un profilo di pericolosità sociale. La pericolosità deve essere concreta e attuale, ovvero effettivamente sussistente al momento dell'adozione della misura.

La Corte Costituzionale ha ritenuto fondata la censura mossa dal Tribunale sotto il profilo della dedotta violazione dell'art. 25 Cost., affermando che la disposizione censurata, incriminando colui che, sottoposto a misura di prevenzione personale con provvedimento definitivo, guidi senza patente in quanto revocata o sospesa, anche nei casi in cui la revoca o la sospensione del titolo abilitativo alla guida conseguono non già all'applicazione della misura di prevenzione, ma alla precedente violazione delle disposizioni del codice della strada (nel caso di specie, di quella sui limiti di aliquota alcolica del conducente), non è compatibile con il principio di offesa dopo che, in generale, il reato di guida senza patente, o con patente sospesa o revocata, è stato depenalizzato e trasformato in illecito amministrativo.

Quali gli effetti? Cosa cambierà all'indomani di questa pronuncia?

Nelle sue conclusioni la Corte ha evidenziato come non possa essere giustificato un trattamento sanzionatorio più grave rispetto a quello stabilito dal legislatore per tutti gli altri soggetti per i quali guidare con un patente revocata rileva come mero illecito amministrativo. Di conseguenza resta in vigore la sola sanzione amministrativa prevista dal codice della strada equivalente ad un'ammenda da 2.2.57 a 9.032 euro.


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Malati oncologici, nuove agevolazioni economiche e riconoscimento Legge 104 con l’aggiornamento INPS: ecco le novità

Pubblicato il: 10/07/2024

L’INPS riconosce alle lavoratrici e ai lavoratori con patologie oncologiche una serie di diritti e tutele per aiutarli ad affrontare il percorso contro la malattia.

Innanzitutto, è stabilito il diritto alla conservazione del posto di lavoro per il c.d. periodo di comporto: ossia, quel periodo di assenza dal lavoro per malattia o infortunio in cui il datore non può licenziare.

Ancora, il malato non ha l’obbligo di rispettare le fasce orarie di reperibilità per la visita fiscale: cioè, l’interessato non ha l’obbligo di restare in casa nelle fasce orarie in cui il medico incaricato dall’INPS dovrebbe effettuare il controllo. Anzi, la visita fiscale può essere eseguita solo previo accordo con il lavoratore. Questo perché le malattie oncologiche rientrano nelle patologie che necessitano di terapie salvavita (tra cui la chemioterapia).

Peraltro, se dalla malattia deriva il riconoscimento della disabilità grave (comma 3 dell’art. 3 della legge 104), la normativa (art. 33 della legge 104) prevede diverse agevolazioni.

Ci sono i cc.dd. permessi: ossia, periodi retribuiti di assenza dal lavoro. Il disabile grave ha diritto a tre giorni di permesso al mese, anche frazionabili in ore, oppure a due ore o ad un’ora di permesso al giorno (a seconda dell’orario lavorativo, se di sei ore o inferiore). Invece, il lavoratore, che assiste un familiare con disabilità, ha diritto a tre giorni di permesso mensile, frazionabili in ore.

Ancora, c’è la possibilità di usufruire di congedi:

  • la normativa (d.lgs. n. 151/2001) prevede un congedo retribuito di due anni per assistere familiari disabili gravi;
  • la legge (L. n. 53/2000) prevede un congedo non retribuito di due anni, continuativo o frazionato, per gravi motivi familiari (decessi, malattie gravi di familiari).

Inoltre, sono riconosciute anche varie prestazioni pensionistiche previdenziali.

Innanzitutto, è previsto il c.d. assegno ordinario di invalidità per i lavoratori dipendenti, autonomi (come artigiani o commercianti) ed iscritti alla gestione separata. Però, per accedere alla misura, oltre a specifici requisiti contributivi, è necessaria la riduzione a meno di un terzo della capacità lavorativa a causa di infermità fisica o mentale.
 
Ancora, viene riconosciuta la c.d. pensione di inabilità:

  • la legge (L. n. 335/1995) prevede, a determinate condizioni, la pensione di inabilità a favore dei dipendenti pubblici i quali siano riconosciuti nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa;
  • sempre per i dipendenti pubblici, la normativa (DPR n. 1092/1973 e L. n. 379/1955) prevede la c.d. pensione di inabilità ordinaria quando essi siano riconosciuti inabili assoluti e permanenti a qualsiasi proficuo lavoro ovvero alle mansioni svolte;
  • poi, ai dipendenti privati e ai lavoratori autonomi iscritti all’INPS può essere riconosciuta la c.d. pensione di inabilità quando essi, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, siano nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa.
 
Però, le prestazioni e i servizi a tutela dei malati oncologici non finiscono qui.
 
Infatti bisogna ricordare le prestazioni economiche di invalidità civile (erogabili a domanda in presenza dei requisiti stabiliti dalla legge):  
  • assegno mensile per chi ha una riduzione parziale della capacità lavorativa (dal 74% al 99%) e con un reddito inferiore ai limiti stabiliti dalla legge annualmente;
  • la pensione di inabilità a favore dei soggetti invalidi totali (con un’inabilità lavorativa totale e permanente) che si trovano in stato di bisogno economico;
  • indennità di accompagnamento per gli invalidi civili totali con accertata impossibilità di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore o con incapacità di compiere gli atti quotidiani.
 
Infine, i malati oncologici hanno anche diritto a svariate prestazioni non economiche che sono legate all’invalidità civile e alla disabilità. Ad esempio, essi hanno diritto all’esenzione totale dal ticket per le prestazioni sanitarie necessarie al monitoraggio delle loro patologie e per l’acquisto di farmaci (peraltro, se riconosciuti invalidi al 100%, hanno diritto all’esenzione totale dal pagamento per farmaci e visite per qualunque patologia).

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