Saluto romano, busto di Mussolini e cimeli fascisti costituiscono reato, ma non sempre: nuova sentenza di Cassazione

Pubblicato il: 21/02/2024

Dopo quanto accaduto il 7 gennaio 2024 alla manifestazione commemorativa dei fatti accaduti in via Acca Larentia nel 1978, sembra essere il caso di affrontare ancora una volta l’argomento “apologia del fascismo”, per chiarire quali condotte siano idonee ad integrare il reato e quali, invece, no.

Innanzitutto, facciamo una veloce panoramica sulle norme che inquadrano l’apologia del fascismo come reato:
• Il reato in questione viene introdotto dalla Legge n. 645/1952, detta “Legge Scelba”, dal nome del primo firmatario della proposta di Legge, Mario Scelba. All’art. 5, la Legge Scelba stabilisce che debba essere punito con reclusione e multa chiunque partecipi a pubbliche riunioni, compia manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste.
• La Legge n. 205/1993, detta “Legge Mancino” interviene, tra le altre cose, a modificare l’art. 4 della Legge Scelba, prevedendo che sia punito con reclusione e multa chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche.
L’art. 604 bis del c.p. vieta ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.
• Infine, la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista e prevede che sia limitato temporaneamente il diritto di elettorato attivo e passivo per i capi responsabili del regime fascista.

Posto che la norma costituzionale appena citata dona carattere di antifascismo a tutta la Costituzione della Repubblica Italiana e, dunque, allo Stato Italiano, va detto che la Legge Scelba si è spesso rivelata poco specifica, richiedendo molteplici interventi della Corte di cassazione, anche recenti, oltre che l’intervento della Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell’art. 4 della Legge in questione.
L’art. 4, infatti, prevedeva che fosse punito con reclusione e multa chiunque esaltasse esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Poiché tale disposizione sembrava impedire anche un semplice elogio verbale del vecchio regime, sembrava entrare in contrasto con la libertà di manifestazione del pensiero, diritto costituzionalmente tutelato ai sensi dell’art. 21 Cost.. In tale occasione, la Corte costituzionale chiarì che, se pure la legge Scelba non era in contrasto con il dettato della Costituzione, l’art. 4 andava interpretato in maniera più restrittiva, precisando che dovesse essere punito chi esaltava il potere del regime fascista in un modo tale da poter procedere alla riorganizzazione del partito. Successivamente, l’art. 4 fu abrogato in favore del sopracitato art. 5 della Legge Mancino.

La necessità di commisurare i divieti imposti dalla legge Scelba con le libertà costituzionalmente garantite nella nostra Repubblica democratica ci porta a credere che debba essere il giudice, volta per volta, a definire se le manifestazioni emulative di gesti tipici del ventennio siano dovute alla concreta possibilità di ricostituzione del partito fascista.
E questo ci viene confermato anche dall’ultima sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, che a gennaio 2024 si è pronunciata in relazione al “rito del presente”, effettuato a Milano da un gruppo di persone in occasione di una commemorazione fascista del 2016. La Cassazione ha chiarito che il saluto romano costituisce reato ai sensi della legge Scelba solo quando sia associato alla sussistenza del pericolo concreto di riorganizzazione del disciolto partito fascista.
A ciò, la Suprema Corte aggiunge un’ulteriore precisazione, statuendo che il “saluto fascista” può sempre integrare il reato previsto dal decreto Mancino, in quanto i due reati possono concorrere e con lo stesso gesto possono essere violate sia la legge Scelba che il decreto Mancino. Con un'unica azione, si possono dunque commettere due diversi reati e si può essere condannati a scontare due distinte pene, cumulate tra loro.

Quanto, invece, alla possibilità di esporre cimeli fascisti, va precisato che il decreto Mancino vieta anche di esibire bandiere, slogan o altri simboli di organizzazioni violente o discriminatorie durante gli eventi sportivi (così come in altre occasioni), ma non nel proprio appartamento, dove resta a discrezione del proprietario cosa esibire e cosa no.
Tuttavia, a seconda della visibilità o meno dell’oggetto di matrice fascista dall’esterno della propria abitazione, si resterà soggetti a possibili denunce per apologia del fascismo da parte dei passanti, con conseguente esposizione alla valutazione discrezionale del giudice che sarà chiamato a pronunciarsi caso per caso.


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Legge 104, il caregiver familiare ha diritto alle stesse tutele riconosciute al lavoratore disabile: novità Cassazione

Pubblicato il: 21/02/2024

Con l'ordinanza interlocutoria, 17 gennaio 2024, n. 1788, la Corte di cassazione ha rinviato alla Corte di giustizia europea (CGUE) l'esame di diverse questioni concernenti la tutela del caregiver familiare contro le discriminazioni.

Ma chi sono i caregivers?
La figura del caregiver familiare (letteralmente "prestatore di cura") individua la persona responsabile di un altro soggetto dipendente, anche disabile, di cui si prende cura in un ambito domestico. È colui che organizza e definisce l'assistenza di cui necessita una persona, anche congiunta, e in genere è un familiare di riferimento. Si distingue dal caregiver professionale (o badante), rappresentato da un assistente familiare che accudisce la persona non-autosufficiente, sotto la verifica, diretta o indiretta, di un familiare. Il profilo del caregiver è stato riconosciuto e delineato normativamente per la prima volta dalla legge di bilancio 2018 (articolo 1, commi 254-256, L. 205/ 2017), che al comma 255 lo definisce come persona che assiste e si prende cura di specifici soggetti, quali:

  • il coniuge o una delle parti dell'unione civile tra persone dello stesso sesso o del convivente di fatto;
  • il familiare o affine entro il secondo grado e anche un familiare entro il terzo grado, nei casi individuati dall'art. 3 legge 104;
  • il titolare dell’indennità di accompagnamento.

Quali i fatti di causa?
Nel caso concreto i fatti di causa riguardano il mancato accoglimento delle istanze, avanzati da una lavoratrice appunto come caregiver familiare, relativo alla richiesta di un turno fisso in modo da consentirle di assistere il figlio minore affatto da grave disabilità nelle ore pomeridiane e, contestualmente, di continuare a svolgere la propria attività lavorativa.
Con il rinvio ai giudici di Strasburgo viene posto il quesito se il diritto dell'Unione Europea deve interpretarsi, eventualmente anche in base alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, nel senso che gravi sul datore di lavoro del caregiver l'obbligo di adottare i cd. accomodamenti ragionevoli anche nei confronti del medesimo, per garantire il principio della parità di trattamento nei confronti degli altri lavoratori, sul modello previsto per i disabili dalla Direttiva 78/2000/CE. E, nel caso di risposta affermativa al quesito, ancora si chiede alla Corte di Giustizia se la normativa antidiscriminatoria per ragioni di disabilità deve applicarsi “a qualunque soggetto appartenente alla cerchia familiare o convivente di fatto che si prenda cura, pure informalmente e in via gratuita, quantitativamente significativo, esclusivo e di lunga durata di una persona” con grave disabilità e non autosufficiente.
Nelle sue argomentazioni la Corte di cassazione richiama in particolare la Direttiva 78/2000/CE (artt. 2 e 5) e la sentenza “Coleman” CGUE edita il 17-7-2008.

Ma cosa afferma la citata direttiva europea?
La Direttiva 78/2000/CE, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, sostiene la necessità che «il datore di lavoro prenda i provvedimenti appropriati, in funzione delle esigenze delle situazioni concrete, per consentire ai disabili di accedere ad un lavoro, di svolgerlo o di avere una promozione o perché possano ricevere una formazione». E', invero, in tale obbligo di carattere positivo che si colloca il baricentro della tutela antidiscriminatoria dei disabili. Infatti, poiché la disabilità è una condizione che deriva dall'interazione tra menomazioni e barriere comportamentali e ambientali, l'elasticità della formula utilizzata dal legislatore d'oltralpe consente di comprendere al suo interno diversi tipi di misure atte a rimuovere ostacoli di varia natura. Una di queste è che il divieto di discriminazione diretta non deve essere limitato alle sole persone che siano esse stesse disabili. Dunque non solo al lavoratore disabile, ma anche al lavoratore che assiste il disabile, così che il caregiver non venga ostacolato nel pieno esercizio delle sue funzioni assistenziali e non venga ostacolata la piena ed effettiva tutela del disabile stesso.

Quale la rilevanza della sentenza “Coleman”?
La sentenza Coleman ha fissato una pietra miliare nel cammino che avanza verso la promozione dell'uguaglianza e della parità di trattamento nei contesti lavorativi. In particolare questa pronuncia si concentra sull'estensione della discriminazione per associazione. Questo significa che anch'essa rivendica il principio secondo il quale il divieto di discriminazione non deve essere limitato solo alle persone disabili, ma anche al lavoratore che se ne prende cura e che, in ragione dei suoi doveri assistenziali, viene trattato in maniera sfavorevole rispetto a chi non si trova in analoga situazione.


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ISEE 2024, se sbagli a compilarlo rischi sanzioni pesanti e reclusione: ecco cosa fare in caso di errori per correggerlo

Pubblicato il: 21/02/2024

L’ISEE (l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente) indica qual è la situazione economica complessiva del nucleo familiare.

Come forse sai, in generale, per poter richiedere bonus erogati dallo Stato o dall’INPS, è obbligatorio proprio presentare l’ISEE (spesso, per accedere a benefici e sussidi, le famiglie devono dimostrare di avere un ISEE basso).

Però, c’è un dubbio: cosa succede se si presenta un ISEE sbagliato? Vediamo cosa si rischia e se ci sono possibilità di rimediare all’errore.

Innanzitutto, devi sapere che, per calcolare l’ISEE di una famiglia, bisogna fare riferimento alla D.S.U. (cioè, la Dichiarazione Sostitutiva Unica). È un documento che contiene una serie di informazioni (anagrafiche, reddituali e patrimoniali) necessarie per delineare la situazione economica del nucleo familiare.

Chiaramente, se la D.S.U. presenta qualche errore, anche l’ISEE sarà sbagliato. Però, cosa accade se viene presentato un ISEE errato e ci si accorge dello sbaglio soltanto successivamente o quando già si sta ricevendo l’agevolazione?

In questi casi, gli Enti preposti (come, ad esempio, l’INPS) effettuano dei controlli e possono comunicare le eventuali incongruenze. Tuttavia, se l’interessato non provvede a rettificare nonostante tale comunicazione, egli corre il rischio di subire sanzioni. Sanzioni che possono essere amministrative o, addirittura, penali.

Quando c’è il pericolo della sanzione penale?

Il codice penale (l’art. 316 ter del c.p.) prevede e punisce la condotta di chi percepisce indebitamente erogazioni pubbliche mediante l’uso o la presentazione di documenti falsi o attestanti cose non vere oppure mediante l’omissione di informazioni dovute.

Ebbene, tutto dipende dall’ammontare del beneficio economico ricevuto indebitamente.

Allora, quando la somma indebitamente percepita è pari o inferiore a 3.999,96 euro, si può subire solo una sanzione amministrativa da 5.164 euro a 25.822 euro. Tuttavia, l’ammontare della sanzione non può comunque superare il triplo del beneficio ricevuto con la presentazione dell’ISEE sbagliato.

Però, attenzione. Quando il bonus ottenuto indebitamente è superiore alla somma di 3.999,96 euro, si va incontro a sanzione penale. Infatti, si rischia la pena della reclusione da sei mesi a tre anni.

Se ci si è accorti dell’errore, è possibile correggere l’ISEE sbagliato?

Oltre ad incorrere in sanzioni, ci sono anche conseguenze indirette. Innanzitutto, c’è la revoca del bonus ottenuto con la presentazione dell’ISEE sbagliato. Inoltre, l’Ente preposto si muoverà per recuperare le somme ricevute indebitamente dall’interessato. Però, ci sono situazioni in cui l’Ente chiede al soggetto di versare la differenza indebitamente fruita (ad esempio, ciò accade per le tasse universitarie).

Tuttavia, l’ISEE errato può essere corretto?

La risposta è sì. Se si è ancora in tempo, ci sono due modi per correggere l’ISEE.
Una prima modalità è presentare un modello integrativo FC3: ossia, un documento con cui aggiungere le informazioni mancanti. Questo modello deve essere inoltrato entro 15 giorni dalla presentazione della dichiarazione ISEE.
Una seconda modalità consiste nell’inviare un’altra D.S.U. (con i dati corretti) per il nuovo calcolo dell’ISEE. La presentazione deve avvenire negli stessi tempi appena visti.

Ancora una precisazione. Se l’ISEE è sbagliato per errori del CAF (Centro di Assistenza Fiscale) o del professionista abilitato, il contribuente può inviare una diffida intimando di provvedere alle correzioni. Se l’interessato ha perso benefici a causa degli errori dell’intermediario, può richiedere il risarcimento del danno.

Però ci si riferisce ai casi di negligenza dell’intermediario (ad esempio, se non ha riportato le informazioni regolarmente date dall’interessato). Infatti, la giurisprudenza (Corte di Appello di Lecce, con sentenza n. 700 del 2021) ha precisato che i CAF o i professionisti abilitati devono raccogliere le notizie date dai clienti e compilare le dichiarazioni, ma non sono responsabili di eventuali omissioni od errori (essi devono avvisare l’utente delle eventuali sanzioni, nel caso di dichiarazioni incomplete o mendaci).


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Evasione fiscale, non commetti reato se affidi la dichiarazione al commercialista e lui non la presenta: nuova sentenza

Pubblicato il: 21/02/2024

La Corte di cassazione penale, terza sezione, sentenza 15 febbraio 202 n. 6820, ha annullato la condanna di un imprenditore per il delitto di omessa dichiarazione, in quanto non era stato dimostrato in primo grado che vi era un accordo preordinato fra imprenditore e commercialista volto all’evasione fiscale.

Ma cosa dice la legge?
Secondo il testo del d. lgs. 74 del 2000, art. 5, comma 1 è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a quattro anni chiunque al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni relative a dette imposte, quando l'imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte ad Euro cinquantamila.

Come è qualificato questo tipo di reato?
Sul punto l'indirizzo espresso da consolidata giurisprudenza di legittimità colloca l'obbligo della presentazione della dichiarazione dei redditi esclusivamente sul contribuente, anche tramite il legale rappresentante nelle persone giuridiche che è chiamato a sottoscrivere la dichiarazione a pena di nullità ai sensi dell'art. 1, comma 4, d.p.r. 322/1998. Ne deriva che l'affidamento ad un professionista delle incombenze fiscali non vale ad esonerare da responsabilità l'interessato. Invero, la delega ad un commercialista non è una circostanza che giustifica la violazione dell'obbligo dichiarativo o che fonda l'inconsapevolezza dell'inutile scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione fiscale da parte del contribuente.
Ciò si ricollega al fatto che la fattispecie incriminatrice di omessa dichiarazione di cui all'art. 5 d.lgs. 74/2000 è un reato omissivo proprio: il che sta ad intendere che gli obblighi fiscali hanno natura strettamente personale e non ammettono sostituti, poiché assolvono alla finalità di colpire i redditi tassabili.

Pertanto il coinvolgimento di professionisti per la materiale predisposizione e trasmissione della dichiarazione non vale a trasferire in capo a questi l'obbligo dichiarativo di cui continua a rispondere penalmente il contribuente. Diversamente opinando, si finirebbe per trasformare surrettiziamente l'obbligo originariamente previsto per il delegante in una mera attività di controllo sull'operato del delegato. Anche in caso di delega, l'adempimento formale continua a far carico al contribuente e non al commercialista con la conseguenza per cui è onere del primo essere a conoscenza delle relative scadenze, potendo peraltro giovarsi ai fini penali dell'ulteriore termine di 90 gg dopo la scadenza del termine tributario per la presentazione della dichiarazione ai sensi del combinato disposto degli artt. 2, comma 7, d.p.r. 322/1998 e 5, comma 2, d.lgs. 74/2000.

Nella fattispecie in esame i giudici hanno evidenziato che la prova del dolo specifico di evasione non deriva dalla semplice violazione dell'obbligo dichiarativo né da una culpa in vigilando sull'operato del professionista che trasformerebbe il rimprovero per l'atteggiamento antidoveroso da doloso in colposo, ma dalla ricorrenza di elementi fattuali dimostrativi e sintomatici della consapevole preordinazione dell'omessa dichiarazione all'evasione dell'imposta per quantità superiori alla soglia di rilevanza penale.

Nel caso di omessa presentazione della dichiarazione annuale dei redditi da parte del professionista delegato, il dolo specifico del contribuente può desumersi tra l'altro dal comportamento successivo al mancato pagamento delle imposte dovute e non dichiarate, sintomatico di una volontà preordinata all'omissione dichiarativa.
Così è stata accolta la tesi difensiva del manager ricorrente che si è limitato per il tramite del suo legale rappresentante a riproporre gli stessi motivi di doglianza (insussistenza del dolo specifico) esaminati e ritenuti infondati dalla Corte d'Appello.


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Bonus Dentista 2024, anche quest’anno è un miraggio: ecco le agevolazioni attive e tutto quello che devi sapere

Pubblicato il: 20/02/2024

Oramai il bonus per le cure odontoiatriche è diventato davvero un miraggio, al punto che c’è chi giura di averlo visto tra le misure della legge di bilancio 2024, proprio come un viaggiatore disperso nel deserto giura di aver visto un’oasi di acqua e frescura.

Purtroppo dobbiamo dire che anche il 2024 non ci offre un vero bonus dentista, anzi, diciamolo chiaramente, il bonus dentista non c’è. Anche questa volta.

Nonostante se ne senta parlare come provvedimento imminente e tangibile, lo Stato ancora non ha messo a punto nessun contributo da poter essere inserito, a giusto diritto, nella categoria bonus.

Eppure in Italia il 70% della popolazione resta priva di copertura odontoiatrica e la maggior parte delle famiglie è costretta a rivolgersi a studi privati, affrontando spese crescenti in base alla gravità del problema dentale. La visita dal dentista finisce per essere la visita medica più posticipata tra tutte, nella consapevolezza che comporta quasi sempre un impegno economico non trascurabile con conseguenti restrizioni finanziarie familiari.

Il Servizio Sanitario Nazionale, anche nel 2024, copre solo alcune prestazioni ortodontiche. Tuttavia, qualcosa c’è. Non è un bonus, non è assolutamente un “dentista sociale”, come pure si è evocato, ma una luce in fondo al tunnel per chi rientra in categorie specifiche.

Il Servizio Sanitario Nazionale offre la possibilità di avere cure odontoiatriche completamente gratuite in due casi, vediamo quali:

1. Bambini (0-14 anni):
per loro sono previsti controlli odontoiatrici gratuiti che hanno uno scopo essenzialmente preventivo.
Si tratta di esami radiologici, estrazioni, ablazioni del tartaro, interventi chirurgici e trattamenti ortodontici inclusi nei nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza, ovvero le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di un ticket, con le risorse pubbliche raccolte attraverso le tasse).

2. Soggetti Vulnerabili:
pazienti che a causa di un problema odontoiatrico non trattato, potrebbero rischiare di aggravare la loro condizione di salute, già alquanto compromessa:

  • in attesa di trapianto (escluso trapianto di cornea).
  • in stato di immunodeficienza grave
  • con cardiopatie congenite cianogene
  • con patologie oncologiche ed ematologiche in trattamento con radioterapia o chemioterapia, o a rischio di severe complicanze infettive
  • con emofilia grave o altre gravi patologie dell’emocoagulazione congenite, acquisite o iatrogene

A parte questi casi di particolare vulnerabilità sanitaria, lo Stato considera anche la cosiddetta vulnerabilità sociale, ovvero tiene conto di quella percentuale di persone (purtroppo crescente), che pur avendo uno stato di salute non così grave, non ha la possibilità economica di permettersi visite odontoiatriche presso studi privati.

In questo caso viene demandato alle amministrazioni locali il compito di prevedere iniziative volte a favorire l’accesso alle prestazioni ortodontiche in favore di queste persone.

Si consiglia quindi di verificare sul sito dedicato alla salute della propria Regione di residenza, la presenza di eventuali agevolazioni e detrazioni.

Ci sono poi i casi di cure dentistiche per le quali lo Stato prevede solo il pagamento del ticket sanitario, sono i controlli e i trattamenti che hanno l’obiettivo di individuare neoplasie del cavo orale e interventi urgenti per salvaguardare la salute del paziente, come in caso di emorragia o grave infiammazione.

Tutti coloro che non rientrano nelle categorie e nei casi appena elencati, possono recuperare parte dei soldi spesi dal dentista al momento della dichiarazione dei redditi.

Anche le spese odontoiatriche, così come tutte le spese mediche, possono essere portate in detrazione nella misura del 19%.

Da ricordare però che la detrazione si applica solo sui costi che superano la franchigia di 129,11 euro annui e fino a un limite massimo di 6.197,48 euro all'anno.

Anche qui bisogna essere attenti perché purtroppo non possiamo portare in detrazione tutte le visite fatte allo studio del dentista, i trattamenti estetici sono esclusi. Uno per tutti, lo sbiancamento ai denti.

La mancanza di un bonus dentista non ferma la discussione, si è fatta anche qualche ipotesi sui possibili importi di un ipotetico voucher dentista.

Con un “buono” da 100 o 150 euro l’anno ci si potrebbe limitare ai trattamenti di igiene orale, mentre salendo tra i 500 e i 1.000 euro si potrebbe anche procedere con l’ortodonzia conservativa e con alcune protesi.

Insomma non resta che aspettare ancora e nel frattempo essere consapevoli di quali siano, ad oggi, le cure odontoiatriche gratuite, quali quelle detraibili, e quali invece totalmente a carico delle famiglie.


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Cartelle esattoriale, riaprono i termini per pagare le rate oggetto della rottamazione quater: ecco le nuove date

Pubblicato il: 20/02/2024

Con il Decreto Milleproroghe saranno riaperti i termini della c.d. “rottamazione quater” (o definizione agevolata), prevedendo la possibilità di pagare entro il 15 marzo 2024 (oltre ulteriori 5 giorni di tolleranza che, di fatto, spostano la scadenza al 20 marzo 2024) le rate che avrebbero dovuto essere corrisposte nel 2023 e quelle in scadenza al 28 febbraio del corrente anno.

Questo, in breve, quanto approvato dalle Commissioni Bilancio e Affari Costituzionali della Camera con un emendamento apposto al Decreto Milleproroghe.

L’obiettivo è chiaro: permettere il rientro di capitali nelle casse dello Stato. Difatti, secondo le proiezioni del Ministero dell’Economia e della Finanze, la misura dovrebbe permettere la “riscossione” di almeno 5,4 miliardi di euro.

Ma andiamo con ordine.

La c.d. rottamazione quater ha permesso ai contribuenti di definire – in maniera agevolata – i debiti che questi avevano verso lo Stato (per il periodo compreso dal 1° gennaio 2000 al 30 giugno 2022) ed affidati ad Agenzia delle Entrate – Riscossione.

La misura, inizialmente prevista e regolata con la Legge di Bilancio 2023, ha rappresentato il principale strumento della tregua fiscale, permettendo ai contribuenti di pagare solo quanto dovuto per (i) sorte capitale, (ii) spese afferenti a procedure esecutive e (iii) diritti di notifica.

In tal modo, vengono espunte del tutto le somme che sarebbero state dovute a titolo di sanzioni, interessi di mora e di aggio, con un risparmio notevole per le tasche del contribuente.

La Legge di Bilancio 2023 ha permesso al contribuente che abbia aderito alla rottamazione, inoltre, la possibilità di scegliere tra due diverse modalità di pagamento:
– in un’unica soluzione, con pagamento da effettuare entro il 31 ottobre 2023;
– attraverso un piano rateale, per un massimo di 18 rate da ripartire in 5 anni come segue: prima rata 31 ottobre 2023; seconda rata 30 novembre 2023 e, a partire dal 2024 (e per i successivi 4 anni), le ulteriori rate andranno a scadere il 28 febbraio, il 31 maggio, il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno.

Tuttavia, in caso di mancato o tardivo pagamento il contribuente sarebbe – in questo caso il condizionale è d’obbligo – decaduto dalla definizione agevolata.

Ebbene, l’emendamento in commento, apposto al Decreto Milleproroghe, permette (o, meglio, permetterà) anche a chi sarebbe (ormai) decaduto dal beneficio previsto dalla definizione agevolata la possibilità di usufruire comunque della stessa.

La condizione essenziale, però, sarà quella di effettuare il pagamento dell’intero importo dovuto secondo il piano di rottamazione entro il 15 marzo 2024 (ovvero 20 marzo 2024, considerando i giorni di tolleranza).
Così, ad esempio, se il contribuente che ha aderito alla rottamazione non abbia versato né la prima rata, né la seconda, potrà comunque beneficiare della definizione agevolata pagando, entro il 15 marzo 2024, quanto avrebbe dovuto – già – versare complessivamente per entrambe le rate citate.

Il Decreto Milleproroghe, allo stato, si trova ancora in fase di conversione in legge. Pertanto, bisognerà aspettare la pubblicazione della normativa in Gazzetta Ufficiale (che avverrà presumibilmente la settimana prossima) per avere conferma dei termini sopra indicati.


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Smart working 2024, novità per i dipendenti privati, addio al lavoro agile e nessuna ulteriore proroga: ecco le date

Pubblicato il: 20/02/2024

Quando ci viene chiesto di pensare ad un aspetto positivo della pandemia, probabilmente la risposta che viene in mente a tutti è una sola: lo smart working.
L'emergenza sanitaria, difatti, ha fatto dilagare tale modalità di lavoro, apprezzata dai più. C'è chi preferisce comunque recarsi in ufficio, anche solo per avere un confronto con i colleghi e scambiare due chiacchiere durante una pausa caffè; in linea di massima, tuttavia, lavorare da casa comporta molti vantaggi. In primo luogo, si dorme di più e si evita lo stress di raggiungere fisicamente il luogo di lavoro. Di conseguenza, si risparmia anche, ad esempio sulla benzina o sui mezzi pubblici.
Come tutte le cose belle, però, anche lo smart working non dura per sempre, nemmeno per i lavoratori fragili.

Dovreste sapere, difatti, che per i lavoratori fragili, operanti sia nel settore pubblico che nel settore privato, con il D.L. n. 132/2023, convertito nella legge n. 170/2023, era stata prevista una proroga, sino al 31 dicembre 2023, della possibilità di svolgere la prestazione lavorativa in modalità agile.
Successivamente, tale possibilità era venuta meno per i dipendenti della pubblica amministrazione, in quanto un'ulteriore proroga si è avuta solo per chi lavora nel privato.
In particolare, con l’art. 18-bis della Legge n. 191/2023, di conversione del D.L. n. 145/2023, il cosiddetto "Decreto Anticipi", è stato deciso che, nel settore privato, determinati soggetti potessero esercitare il diritto al lavoro agile sino al 31 marzo 2024.
Fino a questa data, difatti, per i dipendenti con figli minori di 14 anni e per i lavoratori fragili, previa certificazione del medico competente, è ancora ammesso lo smart working, a patto che tale modalità sia compatibile con la prestazione, che deve poter essere svolta da remoto.
Inoltre, per quanto riguarda i genitori di figli minori di 14 anni, è necessario un ulteriore requisito, ossia che nel nucleo familiare non ci sia altro genitore che non lavora, beneficiario di strumenti di sostegno al reddito, in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa.

Ebbene, al riguardo, il Movimento 5 Stelle ha presentato alla Camera degli emendamenti al Decreto Milleproroghe, finalizzati a prorogare e rendere strutturale lo smart working per i lavoratori fragili, operanti sia nel pubblico che nel privato. Tuttavia, tali proposte sono state respinte, a causa della mancanza di copertura finanziaria.
Proteste sono quindi arrivate dai parlamentari dei 5 Stelle, che hanno evidenziato le discriminazioni nei confronti dei fragili alle dipendenze della PA.
Per i dipendenti pubblici, difatti, così come per i lavoratori "super fragili", sia pubblici che privati, ossia i soggetti affetti da patologie e condizioni individuate dal decreto del Ministero della Salute del 4 febbraio 2022 e certificate dal medico competente, il diritto allo smart working è venuto meno con la scadenza del 31 dicembre 2023.
In merito ai super fragili, i datori di lavoro dovevano assicurare lo svolgimento della prestazione lavorativa in modalità agile anche adibendo i lavoratori a mansioni diverse tra quelle della medesima categoria o area di inquadramento, senza alcuna modifica, però, alla retribuzione spettante. Per loro, quindi, non sussisteva il requisito della compatibilità della prestazione con il lavoro da remoto.

Cosa succede, quindi, adesso?
Per i dipendenti privati, lo ribadiamo, la possibilità di smart working sussiste sino al 31 marzo 2024, per i soggetti e con le condizioni di cui si è detto. Successivamente, nel settore privato, lo smart working tornerà ad essere semplicemente un elemento di conciliazione tra vita lavorativa e vita privata, disciplinato dai contratti aziendali.

Per quanto riguarda, invece, i dipendenti pubblici, per i quali l'ultima proroga, appunto, è scaduta il 31 dicembre 2023, vi è una direttiva del 29 dicembre 2023, firmata dal Ministro Paolo Zangrillo, con cui si permette ai dirigenti responsabili, nell’ambito dell’organizzazione di ciascuna amministrazione, di concedere lo smart working, attraverso specifiche previsioni nell'ambito degli accordi individuali, al fine di salvaguardare i soggetti più esposti a situazioni di rischio per la salute.
In particolare, la direttiva evidenzia la necessità di garantire ai lavoratori che documentano “gravi, urgenti e non altrimenti conciliabili situazioni di salute, personali e familiari” la possibilità di svolgere la prestazione lavorativa in modalità agile, anche derogando al criterio della prevalenza dello svolgimento della prestazione lavorativa in presenza.


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ISEE 2024, è più alto per l’aggiunta dell’assegno unico al calcolo: c’è il rischio di perdere bonus e agevolazioni

Pubblicato il: 20/02/2024

Se hai bisogno di richiedere un bonus o una delle agevolazioni messe a disposizione dallo Stato, probabilmente hai già richiesto l'attestazione ISEE per l'anno 2024. L'ISEE precedente, difatti, è scaduto il 31.12.2023, rendendosi necessario un aggiornamento.
Potresti esserti accorto, però, che per il 2024 questo risulta più alto, ma perché? In realtà, ciò dipende da un "errore" del Governo. Se vuoi saperne di più, ti consigliamo di proseguire nella lettura.

L'innalzamento dell'ISEE dipende dalla circostanza che, per la prima volta, per il 2024 viene considerato, nel calcolo, anche l'Assegno Unico e Universale (AUU), ossia il beneficio economico previsto per le famiglie con figli a carico entrato in vigore dal mese di marzo del 2022, in sostituzione del vecchio assegno familiare. Dal momento che, per l'Isee 2024, viene considerato l'anno 2022, per la prima volta nel calcolo rientra anche tale prestazione, sebbene la somma che viene erogata a titolo di AUU non sia tassata.
Fino ad adesso, gli assegni familiari venivano sì considerati, ma non si teneva conto delle detrazioni per i figli a carico.

Se hai notato un innalzamento del tuo Isee, questo potrebbe essere il motivo, in quanto molte famiglie hanno constatato che il valore dell'attestazione risulta più alto rispetto agli anni precedenti. Questo ha portato molti soggetti ad essere esclusi dall'accesso a determinati bonus o ad ottenere, comunque, somme ridotte a causa del superamento di determinate soglie.

Per farsi un'idea di quante siano le famiglie a ricevere l'Assegno Unico e Universale, basti pensare che, con comunicato del 14.02.2024, l'INPS ha reso noto che, per il 2023, sono stati erogati alle famiglie assegni per 18 miliardi di euro, che si aggiungono ai 13,2 miliardi erogati nel 2022.
L'ente ha comunicato che 6.479.173 nuclei familiari hanno ricevuto l’assegno per il 2023, per un totale di 10.021.926 figli.
In particolare, nella nota si legge che, con riferimento al mese di dicembre 2023, l’importo medio per figlio, comprensivo delle maggiorazioni applicabili, va da circa 54 euro per chi non presenta l'Isee o supera la soglia massima, per il 2023 pari a 43.240 euro, ad euro 214 per la classe di Isee minima, pari a 16.215 euro per il 2023.
L'INPS, inoltre, ricorda che l’importo base dell’assegno per ciascun figlio minore, in assenza di maggiorazioni, nel 2023 va da un minimo di 54,10 euro, in assenza di Isee o con Isee pari o superiore a 43.240 euro, ad un massimo di 189,20 euro per Isee fino a 16.215 euro.

Ebbene, purtroppo, al momento non vi è una normativa che permetta di evitare il cumulo, e ciò nonostante la legge delega n. 46 del 01.04.2021, che ha istituito la misura, avesse previsto, all'art. 1, comma 1, lett. c), la possibilità di non considerare l'assegno unico e universale, totalmente o parzialmente, nel calcolo dell'ISEE. Eppure, non è stato emanato alcun decreto attuativo in merito alla questione, che al momento rimane sospesa, con l'AUU che viene, ad oggi, ad influire sull'attestazione ISEE.

È evidente che urge un intervento del Governo perché, allo stato, le famiglie più povere finiscono paradossalmente per essere penalizzate e non sostenute, e il tutto, in assenza di novità, andrebbe solo a peggiorare il prossimo anno. Per l'Isee 2024, infatti, l'Assegno Unico va considerato a partire da marzo del 2022, in quanto è da quel momento che la misura è stata erogata; per l'Isee 2025, invece, l'AUU erogato nel 2023, che sarà anche di importo più alto per la rivalutazione annua, andrà considerato per tutte le mensilità dell'anno 2023.
Non ci resta che attendere per capire come deciderà di muoversi il Governo. La questione è stata discussa da Maurizio Leo e Maria Teresa Bellucci, rispettivamente viceministro dell'Economia e delle Finanze e viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali, che si sono incontrati con il presidente del Forum delle Associazioni familiari e sembrano pronti a lavorare sulla problematica.


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Docenti, nuove modalità di fruizione dei corsi di formazione, permessi studio retribuiti, diritto a cinque giorni

Pubblicato il: 19/02/2024

E' stato pubblicato in G.U. 8 febbraio 2024, n. 32 il nuovo contratto collettivo del comparto Istruzione e Ricerca sottoscritto dalle parti lo scorso 18 gennaio (CCNL 2019-2021). Particolarmente interessante è il capitolo sulla formazione dei docenti cui è dedicato l'art. 36.

La formazione rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell'organizzazione delle pubbliche amministrazioni, in quanto attraverso di essa è possibile implementare i processi di rinnovamento e, al contempo, valorizzare il capitale umano. In riferimento ai docenti essa deve essere intesa come adeguamento delle conoscenze allo sviluppo delle scienze per singole discipline e nelle connessioni interdisciplinari; come approfondimento della preparazione didattica; come partecipazione alla ricerca e alla innovazione didattico-pedagogica.

Coerentemente la normativa contrattuale del CCNL 2019 2021 considera la formazione continua come un diritto ed un dovere per il personale scolastico in quanto funzionale alla piena realizzazione e allo sviluppo della propria professionalità ed invita il dirigente scolastico ad assicurare, nelle forme e in misura compatibile con la qualità del servizio, un'articolazione flessibile dell'orario di lavoro proprio per consentire la partecipazione alle diverse iniziative di formativa.

Con quali modalità dovranno svolgersi i corsi di formazione? Al fine di evitare oneri di sostituzione del personale assente per partecipare ad attività formativa, i corsi di formazione dovranno svolgersi di norma, durante l'orario di servizio e in ogni caso fuori dell'orario di insegnamento. Il personale docente che vi partecipa è considerato in servizio a tutti gli effetti. Qualora i corsi di formazione si svolgano fuori sede è previsto il rimborso delle spese di viaggio.
Le ore di formazione ulteriori rispetto all'orario di servizio dovranno essere remunerate con compensi, anche forfettari stabilità in contrattazione integrativa, a carico del fondo per il miglioramento dell'offerta formativa.

Per garantire l'efficacia nei processi di crescita professionale e personalizzare i percorsi formativi saranno inoltre preferite le iniziative che fanno ricorso alla formazione a distanza e all'apprendimento in rete anche in modalità asincrona, con la previsione anche di particolari forme di attestazione e di verifica delle competenze.

Il personale docente ha diritto alla fruizione di cinque giorni nel corso dell'anno scolastico per la partecipazione a iniziative di formazione con l'esonero dal servizio e con sostituzione ai sensi della normativa sulle supplenze brevi vigenti nei diversi gradi scolastici. Con le medesime modalità, e nel medesimo limite di 5 giorni, hanno diritto a partecipare ad attività musicali ed artistiche, a titolo di formazione, gli insegnanti di strumento musicale e di materie artistiche. Le stesse opportunità, fruizione dei cinque giorni e/o adattamento dell'orario di lavoro, devono essere offerte al personale docente che partecipa in qualità di formatore, esperto e animatore ad iniziative di formazione. Le predette opportunità di fruizione di cinque giorni per la partecipazione ad iniziative di formazione come docente o come discente non sono cumulabili. Il completamento della laurea e l'iscrizione a corsi di laurea per gli insegnanti diplomati in servizio hanno un carattere di priorità.

Ai docenti sono, ancora, riconosciuti – in aggiunta alle attività formative programmate dall'amministrazione – permessi studio retribuiti, nella misura massima di centocinquanta ore annuali. I permessi sono concessi per la frequenza di corsi finalizzati al conseguimento di titoli di studio in corsi universitari, postuniversitari, di scuole di istruzione primaria, secondaria e di qualificazione professionale, statali, pareggiate o legalmente riconosciute, o comunque abilitate al rilascio di titoli di studio legali o attestati professionali riconosciuti dall'ordinamento pubblico e per sostenere i relativi tirocini e/o esami. Il personale docente che fruisce dei permessi per diritto allo studio è tenuto a presentare alla propria amministrazione idonea certificazione in ordine alla iscrizione ed alla frequenza alle scuole ed ai corsi, nonché agli esami finali sostenuti. In mancanza delle predette certificazioni, i permessi già utilizzati vengono considerati come aspettativa senza assegni per motivi personali con relativo recupero delle somme indebitamente corrisposte.


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Patente digitale 2024, per guidare ti basterà il cellulare: ecco le novità, come funziona e come averla

Pubblicato il: 19/02/2024

Se n'è parlato tanto già nel 2023, ma l’Italia era un po' in ritardo sulla tabella di marcia.
Ora invece il processo si è velocizzato, anche grazie ad una direttiva europea che promuove la digitalizzazione delle patenti di guida per uniformare le normative in tutti i paesi membri.

Così il Ministro per l'Innovazione tecnologica, e la transizione digitale, Vittorio Colao ha annunciato che presto la patente digitale sarà disponibile anche nel nostro paese.

Prepariamoci a festeggiare dunque l’arrivo di questa nuova “creatura” per giugno 2024.

Ma vediamo innanzitutto che cosa è esattamente la patente digitale e come ottenerla.

No, non è un sofisticato marchingegno tecnologico che farà impazzire i meno esperti, si tratta semplicemente della versione elettronica della tradizionale patente di guida cartacea, pensata per semplificare l'accesso alle informazioni essenziali e ridurre il rischio di smarrimento o falsificazione.

In Italia, questa trasformazione avverrà tramite l'app IO, che funge da piattaforma centrale per la gestione della patente digitale.

Ma concretamente come si dovrà fare per avere la patente digitale sempre disponibile e a portata di smartphone?

Per ottenere la patente digitale, a meno di cambiamenti dell'ultima ora, gli utenti dovranno procedere così come di seguito sintetizzato:

  • scaricare l’app IO sul proprio cellulare (cosa che quasi tutti hanno già fatto qualche anno fa per avere a portata di mano il famoso green pass, ricordate?)
  • autenticarsi sull'app IO (sarà certamente garantita la sicurezza per un accesso e una gestione conformi alle normative della patente di guida)
  • ricevere un QR code personalizzato

Il QR code fornirà l'accesso immediato ai dettagli cruciali della patente, come lo stato di validità, i dati anagrafici e il saldo dei punti.

Un'esperienza più sicura e accessibile per tutti gli automobilisti, che potranno portare con sé la propria patente direttamente sul dispositivo mobile.

La scelta di digitalizzare la patente di guida non solo risponde alle esigenze di un mondo sempre più connesso, ma anche alle direttive europee che promuovono l'armonizzazione delle normative tra i paesi membri.

Questo significa che la patente digitale italiana sarà riconosciuta in tutti i Paesi Europei, garantendo una maggiore praticità per coloro che viaggiano tra i paesi del continente.

Da segnalare un ulteriore vantaggio forse poco sottolineato, ma decisamente importante: la digitalizzazione della patente di guida porterà alla riduzione dei costi di produzione dei documenti fisici e alla conseguente drastica riduzione dei rifiuti, a tutto beneficio dell'ambiente che ne ha davvero bisogno.

In sintesi:

la versione digitale della tradizionale e classica patente cartacea sarà disponibile attraverso l’app IO sui nostri cellulari entro giugno 2024.

L’arrivo di questa novità è finalizzato a garantire un accesso più semplice e immediato ai dati fondamentali, ridurre notevolmente il rischio di smarrimento e falsificazione, uniformare le normative negli stati membri, ridurre i costi di produzione e i rifiuti.

Ricordiamoci infine che una patente ritirata in uno stato membro per gravi infrazioni sarà ritirata in tutti i paesi europei!

Non resta che aspettare la prossima estate sperando che la novità annunciata non sia ulteriormente rimandata.


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