Dipendenti pubblici, no a sanzioni per colpa grave o negligenza: prorogata la responsabilità limitata di altri sei mesi

Pubblicato il: 19/02/2024

Con un emendamento apportato al d. l. 215/2023 (decreto milleproroghe) sarà esteso sino al 31 dicembre 2024 lo scudo erariale introdotto in via eccezionale dall'articolo 21, comma 2, del d. l. 16 luglio 2020, n. 76 a favore degli amministratori pubblici. La disposizione citata, si ricorda, al fine di scongiurare la "paura della firma" dei pubblici funzionari in epoca di emergenza epidemiologica, aveva disposto la circoscrizione ai comportamenti commissivi dolosi della responsabilità erariale (salva restando la colpa grave per le condotte omissive o comunque inerti ), limitatamente alle condotte poste in essere tra il 17 luglio 2020 ed il 31 dicembre 2021. Veniva contestualmente prescritta in capo al Pubblico ministero contabile, in caso di addebito a titolo doloso, la dimostrazione della volontà dell'agente (il funzionario amministrativo) dell'evento dannoso.

Ma cosa prevede il regime generale?
In via generale, la responsabilità erariale (o amministrativo-contabile) si configura quando il dipendente pubblico (o soggetti legati alle pubbliche amministrazioni da rapporto di servizio) arrechi un danno patrimoniale, diretto o indiretto, alla propria amministrazione o ad altro ente pubblico, anche comunitario, a titolo di dolo o di colpa grave.

La condotta illecita configurabile a titolo di responsabilità erariale trova il suo referente normativo nella L. 20/1994 (art.1) e la giurisdizione in materia è affidata dalla Costituzione alla Corte dei conti (art. 103).

Il dolo erariale consiste nella volontà dell'evento dannoso, accompagnata alla volontarietà della condotta antidoverosa: non basta cioè la consapevolezza degli obblighi di servizio, ma ad essa deve accompagnarsi anche l'intenzione di produrre l'evento dannoso. Quanto alla nozione di colpa grave , essa potrebbe intendersi quale macroscopica e inescusabile negligenza ed imprudenza nell'espletamento delle mansioni e/o nell'adempimento dei propri doveri istituzionali, cioè un atteggiamento di estrema superficialità, trascuratezza nella cura di beni e interessi pubblici (amministratori ), ovvero un comportamento caratterizzato da un grado di diligenza, prudenza, perizia, razionalità e correttezza decisamente inferiore allo standard minimo professionale.

Va anche aggiunto che il d. l. 215/2023 non è stato salutato con favore dai giudici contabili in quanto, mancando i presupposti della crisi pandemica, avrebbe ora l'effetto pericoloso di stabilizzare l'esclusione della perseguibilità delle condotte commissive poco virtuose, così esponendo il nostro Paese al grave rischio di spreco di denaro pubblico e di gestioni opache proprio in questo momento storico delicato che lo vede impegnato nell'amministrazione di un flusso cospicuo di finanziamenti legati all' attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Una possibile area d'impunità, insomma, dove l'operatività con colpa grave non verrebbe in alcun modo sanzionata, anche a fronte di gravi perdite dell'Erario, e questo perché il legislatore ha dato prevalenza alla necessità di dare maggiore serenità al funzionario amministrativo all'atto dell'avvio del processo decisionale e di evitare il rischio di paralisi dell'azione amministrativa.

Ma un altro scudo è stato alzato in sede di conversione del decreto milleproroghe. Si tratta dello scudo penale, già introdotto sempre ex d. l. 76/2020 in fase di emergenza Covid, che limita "ai soli casi di colpa grave" la punibilità per chi in modo colposo causa morte o lesioni personali in situazioni di grave carenza di personale sanitario. Adesso l'estensione temporale del regime di limitazione della punibilità ai soli casi di colpa grave lascia purtroppo intendere lo stato di perdurante situazione di emergenza sanitaria, in cui difettano le risorse umane e materiali indispensabili per garantire l'esercizio del diritto alla salute dei cittadini.


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Partite Iva 2024, da oggi controlli a tappeto della GdF su chi apre e chiude: chiusura d’ufficio anche per le inattive

Pubblicato il: 19/02/2024

È il fenomeno del cosiddetto “apri e chiudi” delle Partite Iva a essere finito nel mirino della Guardia di Finanza; quello che, per intenderci, è stato individuato dal Governo Meloni quale elemento comune alla maggior parte delle frodi fiscali.

Attività che aprono e poi, dopo poco tempo, chiudono, lasciando debiti verso fornitori e Fisco: in altre parole, si riesce a chiudere una partita Iva aperta da poco tempo, rendendosi irreperibile, evitando di pagare le imposte.

Per poi ricominciare: si riapre l’attività con un altro nome e una diversa Partita Iva.
In pratica, si tratta di un’evasione “mordi e fuggi”, attraverso la quale le tasse non verranno mai pagate, complice la lentezza delle indagini tributarie.

In questo scenario, sulla scorta dei rimedi già introdotti con la manovra 2023 al fine di colpire le “finte Partite Iva” (come, ad esempio, l’implementazione dei controlli, la chiusura d’ufficio della Partita Iva, la previsione di sanzioni amministrative sino a 3 mila Euro in caso di riscontrate irregolarità e l’obbligo del deposito di una fideiussione triennale, in caso di riapertura, non inferiore a 50 mila Euro, ai sensi dall’art. 35 del Dpr 633/1972), si inserisce la circolare dello scorso 7 febbraio 2023 del Comando delle Fiamme Gialle.

Con tale provvedimento, infatti, la Guardi di Finanza ha dato istruzioni ben precise all’Agenzia delle Entrate in tema di chiusura d’ufficio delle Partite Iva, anche nei confronti di quei contribuenti che negli ultimi dodici mesi hanno comunicato automaticamente la fine dell’attività.

In particolare, ogni reparto delle Fiamme Gialle sarà tenuto a inoltrare all’Agenzia delle Entrate la richiesta di cessazione d’ufficio delle partite Iva oggetto di controlli, anche quando risulti che il contribuente “sospetto” abbia già di sua iniziativa comunicato la chiusura dell’identificativo fiscale.

E l’Agenzia delle Entrate, ricevuta tale comunicazione, dovrà necessariamente provvedere alla chiusura automatica, così come intimata dalla GdF, entro dodici mesi dalla data di avvenuta cessazione dell’attività.

La Guardia di Finanza dovrà inoltre indicare all’Agenzia delle Entratele le motivazioni che determinano la cessazione d’ufficio facendo anche riferimento a possibili partecipazioni a fenomeni di frode o per gravi attività che danno luogo fenomeni di evasione precedenti alla “cessazione volontaria” della Partita Iva.

Al fenomeno delle Partite Iva “apri e chiudi” si affianca, poi, anche quello delle Partite Iva “inattive”.

Ebbene, la nuova stretta delle Fiamme Gialle coinvolge anche quest’ultimo: è infatti prevista la chiusura d’ufficio anche nei casi di mancato esercizio dell’attività di impresa o di lavoro autonomo nelle tre annualità precedenti, così previsto dall’art. 35 del Dpr 633/1972.

In questa circostanza, però, l’attività della Gdf sarà limitata ai soli casi in cui siano stati acquisiti elementi per attivare la chiusura d’ufficio, anche perché l’inattività è facilmente individuabile dalla stessa Agenzia delle Entrate attraverso l’attività di incrocio automatizzato dei dati.


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Dipendenti pubblici, le ferie non godute vanno sempre pagate, anche quando si smette di lavorare: nuova Sentenza Corte UE

Pubblicato il: 18/02/2024

Recentemente, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso una Sentenza molto importante.
Questa decisione riguarda i diritti dei lavoratori, in particolare quelli che lavorano per il settore pubblico e quindi per lo Stato, gli enti pubblici ed in generale per le organizzazioni pubbliche.

Nello specifico, si tratta della Sentenza n. 218/22 del 18 gennaio 2024.

La Corte ha ritenuto che ogni lavoratore pubblico – nel momento in cui volge al termine il suo rapporto di lavoro – ha il diritto di ricevere un’indennità finanziaria per le ferie maturate, ma non godute.

Questo diritto non può essere limitato a causa del motivo per cui il lavoratore smette di lavorare, quindi anche nel caso di dimissioni volontarie.

La questione riguarda una controversia tra un ex lavoratore del comune italiano di Copertino e il comune stesso. Il lavoratore aveva smesso di lavorare perché voleva andare in pensione anticipata. Ma il Comune non voleva pagargli le ferie di cui non aveva goduto durante il rapporto lavorativo.

La controversia è passata all’esame della Corte di Giustizia UE, alla quale è stata chiesta la corretta interpretazione di due importanti norme europee, ossia l’articolo 7 della Direttiva 2003/88/CE e l’articolo 31 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.

La Corte ha stabilito che ogni paese membro dell’Unione Europea può decidere le modalità secondo cui i lavoratori possono godere delle ferie.
Questo significa che ogni paese può adottare le sue regole su quando e come i lavoratori possono fruire delle ferie.

Però, c’è una cosa importante da tenere in considerazione: gli stati membri dell’Unione Europea non possono imporre condizioni che impediscono o limitano ai lavoratori il loro diritto di godere delle ferie maturate.

Come già detto, il caso in esame riguarda la situazione in cui un lavoratore – considerato che il suo rapporto lavorativo con l’ente pubblico sta volgendo a termine – non può più godere delle ferie maturate.

In casi come questo, per fare in modo che il dipendente non perda il suo diritto alle ferie, l’articolo 7 citato prevede che quest’ultimo deve essere pagato per le ferie non godute, indipendentemente dalla ragione per cui sta volgendo a termine il rapporto lavorativo.

Infatti, il diritto a ricevere l’indennità finanziaria non può essere limitato dal motivo per il quale il lavoratore smette di lavorare.

Quindi, anche se il lavoratore ha deciso volontariamente di terminare il suo rapporto lavorativo e quindi ha rassegnato le dimissioni, ha comunque diritto a ricevere l’indennità per le ferie di cui non ha fruito.

In questo contesto, afferma la Corte UE, interviene però l’art. 31 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, secondo cui il lavoratore ha diritto di essere indennizzato soltanto se non è stato messo in condizione di poter fruire delle ferie maturate.

In altre parole, se un lavoratore è messo dall’ente pubblico nella condizione di poter godere delle ferie e comunque decide volontariamente di non fruirne, allora – nel momento in cui il rapporto di lavoro volge al termine – il datore di lavoro non è obbligato a corrispondere l’indennità per le ferie non godute.

Anche perché il datore di lavoro non è tra l’altro obbligato a far sì che il lavoratore fruisca delle ferie, ma deve soltanto metterlo in condizione di poterne fruire.

Il datore di lavoro deve informare in modo chiaro e tempestivo il lavoratore della possibilità di prendere le ferie e invitarlo a prenderle, se necessario, ma non deve obbligarlo a fruirne.

La decisione della Corte di Giustizia UE vale quindi per tutti i lavoratori del settore pubblico che non hanno avuto la possibilità di godere di tutte le ferie maturate e che sono al termine del loro rapporto lavorativo, qualunque ne sia il motivo, comprese le dimissioni volontarie.

Questa situazione rappresenta un problema significativo soprattutto nel settore sanitario. Infatti, in questo settore, a causa della mancanza di personale, i lavoratori spesso non possono fruire delle ferie per garantire che i servizi sanitari continuino a funzionare. Questo ha portato a una situazione molto difficile per questi operatori pubblici.

A causa di questi problemi, gli operatori della sanità hanno accumulato un credito di milioni di giorni di ferie maturate, ma non godute. Inoltre, hanno lavorato milioni di ore extra. Questo mostra quanto sia difficile organizzare il lavoro nelle organizzazioni pubbliche sanitarie, soprattutto a causa della mancanza di personale e dei problemi economici.

In definitiva, si sottolinea che la Sentenza della Corte UE rappresenta una pronuncia fondamentale, considerato che afferma il principio secondo cui le ragioni attinenti al contenimento della spesa pubblica e alle esigenze organizzative del datore di lavoro pubblico non possono escludere o limitare il diritto inalienabile del lavoratore alla fruizione delle ferie maturate.


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Condono edilizio, ecco quando scatta il silenzio-assenso su un’istanza di condono: la nuova sentenza del TAR lo conferma

Pubblicato il: 18/02/2024

In tema di abusi edilizi e sanatorie, perché possa maturare il silenzio-assenso su un’istanza di condono, il termine di ventiquattro mesi decorre dalla presentazione della medesima. Lo ha ribadito il TAR Lazio Roma, nella sentenza 1° febbraio 2024, n. 1991.

L’istituto del silenzio-assenso, sembra utile ricordare, costituisce uno strumento efficace di semplificazione dell’’attività amministrativa, in quanto la logica che lo presiede è quella di fornire un rimedio al comportamento inerte della pubblica amministrazione. Si tratta, dunque, di un meccanismo congegnato dal legislatore, proprio al fine di evitare che le legittime aspettative e pretese del cittadino e delle imprese non siano frustrate dalle inefficienze della pubblica amministrazione, ritenuta strutturalmente inadeguata ad offrire, con tempestività, le risposte amministrative richieste dai privati. Per questi ultimi, pertanto, l’istituto in parola costituisce un vantaggio, considerato che ottengono per tale via un titolo abilitativo tacito, ovvero l’implicita autorizzazione allo svolgimento della rispettiva attività senza subire i danni dei ritardi della azione amministrativa.

Il silenzio assenso è configurato all’art. 20 della legge sul proc. amministrativo, come istituto generale, applicabile cioè non più ad una tassativa elencazione di procedimenti, bensì a tutti i procedimenti ad istanza di parte, (esclusi quelli disciplinati dall’art. 19 “Segnalazione certificata di inizio attività”), finalizzati al rilascio di provvedimenti da parte delle amministrazioni pubbliche. Per questi casi, si legge nella norma, «il silenzio dell’amministrazione competente equivale a provvedimento di accoglimento della domanda, senza necessità di ulteriori istanze o diffide», se la stessa amministrazione non comunica all’interessato, nel termine indicato dall’art. 2, commi 2 e 3, il provvedimento di diniego ovvero se, entro 30 giorni dalla presentazione dall’istanza, non indice una conferenza di servizi. Tali termini decorrono dalla data di ricevimento della domanda del privato.

Sono previsti casi di esclusione. Il silenzio assenso non opera per gli atti e i procedimenti finalizzati alla tutela del patrimonio culturale e paesaggistico e dell’ambiente, a quelli rilasciati dalle amministrazioni preposte alla difesa nazionale, alla pubblica sicurezza, all’immigrazione, alla salute e alla pubblica incolumità, ai casi in cui la normativa europea impone l’adozione di provvedimenti amministrativi formali, ai casi in cui la legge qualifica il silenzio dell’amministrazione come rigetto dell’istanza, nonché agli atti e procedimenti individuati con appositi D.P.C.M. adottati su proposta del Ministro per la funzione pubblica, di concerto con i ministri competenti.
In ogni caso il legislatore prevede che l’amministrazione possa, in via di autotutela, annullare o revocare l’atto implicito di assenso (art. 21 della legge sul proc. amministrativo).

Rispetto alla fattispecie generale di silenzio assenso appena descritta la particolarità della fattispecie di silenzio assenso prevista in materia di condono edilizio di cui alla L. 47/1985 è data dalla presenza dei seguenti elementi:
a) si perfeziona decorso il termine perentorio di 24 mesi a far data dalla presentazione della domanda di sanatoria;
b) è richiesto il pagamento dell’oblazione;
c) occorrendo altresì l’acquisizione della prova (da parte del Comune interessato) della ricorrenza dei requisiti soggettivi ed oggettivi stabiliti dalle specifiche disposizioni di settore.

In particolare, precisa il giudice amministrativo, il silenzio assenso non si forma per effetto della presentazione di una domanda che non sia corredata dalla integrale dimostrazione dell’esistenza di detti requisiti, relativi, ad esempio, al tempo di ultimazione dei lavori, all’ubicazione, alla consistenza delle opere e ad ogni altro elemento rilevante affinché possano essere utilmente esercitati i poteri di verifica dell’Amministrazione comunale (cfr. anche Cons. Stato Sez. VI, 11/07/2023, n. 6804).


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Bonus colonnine domestiche 2024, al via le domande per il contributo all’80%: ecco a chi spetta e come richiederlo

Pubblicato il: 17/02/2024

A partire dal 15 febbraio 2024 e sino al 14 marzo 2024 è possibile presentare domanda per il bonus colonnine domestiche.

Come spiegato anche sul sito del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, si tratta di un contributo pari all’80% del prezzo di acquisto e posa delle infrastrutture per la ricarica dei veicoli alimentati ad energia elettrica, come colonnine o wall box.

In particolare, le richieste di concessione ed erogazione del contributo potranno essere avanzate da parte dei soggetti che hanno acquistato e installato l’infrastruttura di ricarica nel periodo dal 1° gennaio 2023 al 31 dicembre 2023 e che non hanno potuto presentare la domanda, completa della documentazione necessaria, entro il termine di chiusura del precedente sportello.

In data 23 novembre 2023, infatti, si erano chiusi i termini per le domande avanzabili da chi ha effettuato le installazioni dal 1° gennaio al 23 novembre 2023.

Per quanto riguarda i soggetti che possono presentare la richiesta, il Ministero specifica che possono beneficiare del contributo le persone fisiche residenti in Italia e i condomìni

In ordine, invece, al limite massimo del contributo, questo ammonta a 1.500 euro per gli utenti privati e fino a 8.000 euro nel caso di installazione sulle parti comuni degli edifici condominiali.

Pe il 2023, è stato messo a disposizione un fondo di 40 milioni.

Come specificato nelle FAQ sul sito del Ministero, che potete consultare qui, in caso di dubbi o nel caso abbiate bisogno di maggiori informazioni, il contributo è previsto per l'acquisto e la messa in opera di infrastrutture di ricarica, ivi comprese le spese per l'installazione delle colonnine, gli impianti elettrici, le opere edili strettamente necessarie, gli impianti e i dispositivi per il monitoraggio. È inoltre previsto per spese di progettazione, direzione lavori, sicurezza e collaudi, costi per la connessione alla rete elettrica, tramite attivazione di un nuovo POD (point of delivery).

La domanda, che – ricordiamo – potrà essere inviata dalle ore 12 del 15 febbraio 2024 alle ore 12 del 14 marzo 2024, andrà presentata utilizzando la piattaforma online di Invitalia, accedendovi tramite SPID, CIE o CNS.

Ciascun soggetto beneficiario potrà presentare una sola domanda. Per quanto riguarda i dati e la documentazione da fornire, a pena di inammissibilità, le persone fisiche dovranno allegare:

  • codice fiscale e documento d'identità del richiedente;
  • copia delle fatture elettroniche relative all’acquisto e all’installazione dell’infrastruttura di ricarica;
  • estratti del conto corrente dal quale risultino i pagamenti connessi alle fatture elettroniche relative all’acquisto e all’installazione dell’infrastruttura di ricarica; i pagamenti dei titoli di spesa oggetto di richiesta di erogazione devono essere effettuati attraverso un conto corrente intestato al soggetto beneficiario ed esclusivamente per mezzo di bonifici bancari oppure mediante SEPA Credit Transfer, oppure mediante carta di credito o di debito intestata al beneficiario del contributo;
  • relazione finale relativa all'investimento realizzato e alle relative spese sostenute;
  • idonea certificazione di conformità rilasciata da un installatore, che attesti l’avvenuta installazione dell’infrastruttura;
  • i dati del conto corrente sul quale richiedere l’accreditamento del contributo.

Per i condomini, invece, a pena di inammissibilità, sono necessari:

  • codice fiscale del condominio ed estremi del documento d'identità dell’amministratore pro tempore con dichiarazione di quest’ultimo di essere in possesso dei requisiti di legge di cui all’articolo 71 bis delle “Disposizioni per l'attuazione del Codice Civile e disposizioni transitorie” o del condomino delegato per i condomìni fino a 8 partecipanti, in caso di posa in opera sulle parti comuni degli edifici condominiali;
  • delibera assembleare di autorizzazione dei lavori sulle parti comuni di cui agli articoli 1117 e 1117 bis del Codice civile con la dichiarazione da parte dell’amministratore che tale delibera non è stata impugnata nel termine di cui all’articolo 1137 del Codice civile;
  • copia delle fatture elettroniche relative all’acquisto e all’installazione dell’infrastruttura di ricarica;
  • estratti del conto corrente dal quale risultino i pagamenti connessi alle fatture elettroniche relative all’acquisto e all’installazione dell’infrastruttura di ricarica; i pagamenti dei titoli di spesa oggetto di richiesta di erogazione devono essere effettuati attraverso un conto corrente intestato al soggetto beneficiario ed esclusivamente per mezzo di bonifici bancari oppure mediante SEPA Credit Transfer, oppure mediante carta di credito o di debito intestata al beneficiario del contributo;
  • relazione finale relativa all'investimento realizzato e alle relative spese sostenute;
  • idonea certificazione di conformità rilasciata da un installatore, che attesti l’avvenuta installazione dell’infrastruttura;
  • i dati del conto corrente sul quale richiedere l’accreditamento del contributo.

Vi specifichiamo che non è possibile acquistare l’infrastruttura di ricarica e non installarla, in quanto il contributo è previsto per l’acquisto e posa, e non è quindi sufficiente il solo acquisto.

Parimenti, non è possibile acquistare l’infrastruttura di ricarica pagando in contanti, occorrendo un pagamento tracciabile.

Per quanto riguarda le tempistiche, entro novanta giorni dalla data di chiusura dello sportello, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy emana il decreto di concessione ed erogazione dei contributi. Successivamente sarà effettuato l’accreditamento del contributo sul conto corrente dei soggetti beneficiari.

Non vi resta che presentare domanda, se ne avete diritto. Vi ricordiamo, ancora una volta, che potete farlo dalle ore 12 del 15 febbraio 2024 alle ore 12 del 14 marzo 2024. Inoltre, vi consigliamo di inviare la domanda il prima possibile, dato che le richieste saranno ammesse all’istruttoria secondo l’ordine cronologico di presentazione.


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Allarme contribuenti, l’Agenzia delle Entrate trasmette migliaia di avvisi: ecco per quale anno d’imposta e chi li riceverà

Pubblicato il: 17/02/2024

Brutta sorpresa per gran parte degli italiani che, nel proprio cassetto fiscale, alla voce “l’agenzia scrive”, si sono visti recapitare una lettera di compliance da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Sotto esame, l’anno d’imposta 2020.

Nelle predette comunicazioni, infatti, vengono evidenziate ai soggetti interessati delle possibili anomalie. Sotto la lente del Fisco sono finiti i redditi da lavoro subordinato, quelli ad esso assimilati, quelli da lavoro autonomo ed anche quelli derivanti da contratti di locazione. Ma attenzione, è prevista la possibilità, solo però per alcuni contribuenti, di regolarizzare la propria posizione trasmettendo una dichiarazione integrativa precompilata.

Vediamoci chiaro. Nelle lettere di compliance sono riportate delle anomalie rinvenute nelle dichiarazioni dei redditi dei contribuenti, riguardanti omissioni o infedeltà riscontrate, nelle quali si mette a confronto i dati dichiarati con quelli che la stessa Agenzia ha a disposizione all’interno delle proprie banche dati: si tratta, quindi, di comunicazioni con le quali si invita il contribuente a procedere all’adempimento spontaneo, cioè a regolarizzare la propria posizione con il cosiddetto ravvedimento operoso.

Ecco perché queste comunicazioni non possono essere impugnate avanti il Giudice, non essendo classificate dalla Legge come veri e propri atti impositivi; ciò non toglie, però, che il contribuente possa comunque contestare gli addebiti dell’Agenzia delle Entrate mediante proprie osservazioni o deduzioni, meglio se accompagnate dalla relativa documentazione di supporto.

L’intento dell’Agenzia delle Entrate, con l’invio di una lettera di compliance, è infatti quello di favorire il pagamento spontaneo del contribuente prima di procedere con la notifica della cartella di pagamento, attraverso la presentazione di una dichiarazione integrativa (precompilata) e, così, mediante il versamento delle eventuali maggiori tasse a fronte dell’applicazione di una sanzione ridotta rispetto a quella ordinaria.

In pratica, il contribuente potrà sanare la sua posizione attraverso l’istituto del ravvedimento operoso (art. 13 delle disp. sanz. amm. violaz. norme trib.), presentando una dichiarazione integrativa e versando le maggiori imposte dovute, i relativi interessi e la sanzione pari al 15 per cento della maggiore imposta determinata, percentuale che sale sino al 30 per cento per il caso di canoni di locazione soggetti a cedolare secca parzialmente dichiarati, per arrivare al 40 per cento se i canoni non sono mai stati dichiarati.

Ma non tutti i contribuenti potranno utilizzare il servizio della dichiarazione integrativa precompilata.

Al momento, infatti, è disponibile solo per i lavoratori dipendenti e per i pensionati.

Tutti gli altri contribuenti dovranno necessariamente rivolgersi a un professionista oppure, tastiera alla mano, provvedere da sé compilando la dichiarazione integrativa: non certo la migliore delle soluzioni per una materia, quella fiscale, particolarmente intricata.


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Bonus genitori separati o divorziati, nuovo aggiornamento INPS: ecco i requisiti, importi, scadenze, e come fare domanda

Pubblicato il: 16/02/2024

Con il messaggio numero 614 del 09.02.2024, l'INPS ha reso noti i requisiti, le modalità di domanda e i criteri di erogazione del bonus a favore dei genitori separati, divorziati e/o non conviventi in stato di bisogno per garantire la continuità di erogazione dell'assegno di mantenimento.
Si tratta di una misura prevista all'art. 12-bis, comma 1, del decreto-legge 22 marzo 2021, n. 41, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 maggio 2021, n. 69 e successive modifiche, con cui è stato istituito un fondo per il sostegno in favore dei genitori separati o divorziati in stato di bisogno, al fine di garantire la continuità di erogazione dell'assegno di mantenimento, con una dotazione di 10 milioni di euro per il 2022.

Tale fondo è stato istituito per garantire un contributo al genitore che non abbia ricevuto, del tutto o solo parzialmente, l'assegno di mantenimento nel periodo compreso tra l'8 marzo 2020 e il 31 marzo 2022, ossia la data nella quale è venuto a cessare lo stato di emergenza epidemiologica dovuto al Covid, per inadempienza dell’altro genitore, che sia ex coniuge o ex convivente.

ln particolare, la misura è finalizzata al sostegno del genitore che non ha ricevuto l'assegno di mantenimento dall'altro genitore, che, in conseguenza dell'emergenza epidemiologica, abbia cessato, ridotto o sospeso l’attività lavorativa a partire dall'8 marzo 2020 e per una durata minima di novanta giorni oppure abbia subito una riduzione del reddito di almeno il 30% rispetto al reddito percepito nell'anno 2019.

Ma chi può presentare la domanda?

Il contributo predetto spetta al genitore in stato di bisogno che deve provvedere al mantenimento proprio e dei figli minori o dei figli maggiorenni portatori di handicap grave ai sensi dell'art. 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104.

I figli devono essere conviventi con il genitore che richiede tale misura.

Come predetto, requisito è che tale genitore non abbia ricevuto, del tutto o in parte, l'assegno di mantenimento a causa dell'inadempienza del genitore, ex-coniuge o ex-convivente, che vi era tenuto, a causa dell'emergenza covid, nel periodo di cui si è detto sopra e a causa della riduzione, sospensione o cessazione dell'attività lavorativa per almeno 90 giorni o a causa della riduzione del proprio reddito almeno del 30% rispetto al reddito del 2019.

Per quanto riguarda l'individuazione dei criteri per lo stato di bisogno, il reddito del richiedente relativo all'anno di mancata o ridotta corresponsione del mantenimento deve essere inferiore o uguale ad euro 8.174,00.

Quanto alle modalità di presentazione della domanda, questa deve avvenire attraverso l’apposito servizio “Contributo per genitori separati o divorziati per garantire la continuità dell'erogazione dell'assegno di mantenimento”, disponibile sul portale dell’INPS. In particolare, occorre andare nella sezione “Punto d’accesso alle prestazioni non pensionistiche”.

Naturalmente, ci si dovrà autenticare a mezzo SPID, CIE o CNS.

Nella domanda devono essere indicati gli anni fra quelli interessati dall’emergenza epidemiologica in cui il reddito complessivo annuo del genitore richiedente è stato inferiore o uguale alla somma di euro 8.174.

Inoltre, vanno indicati i dati relativi all'altro genitore e ai figli conviventi nel periodo di riferimento. La correttezza dei requisiti sarà verificata dal Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei ministri.
Alla domanda andranno inoltre allegati documenti quali la sentenza di separazione, i provvedimenti di autorità municipali o comunque documentazione che attesti il diritto all'assegno di mantenimento.

Per i figli maggiorenni con disabilità, dovrà altresì essere allegata l’attestazione della disabilità, qualora la stessa sia stata certificata prima del 2010 o provenga da contenzioso o sia stata rilasciata dalle Province Autonome di Trento e Bolzano-Alto Adige o dalla Valle d'Aosta.

Il contributo predetto verrà corrisposto in un'unica soluzione e in misura pari all'importo non versato dell'assegno di mantenimento, fino a concorrenza di euro 800 mensili, per un massimo di dodici mensilità.

Ai fini dell'erogazione del bonus verrà considerata la disponibilità del fondo rispetto al numero dei beneficiari e fino a esaurimento delle risorse.

Se siete in possesso dei requisiti previsti, non vi resta che inviare la domanda, a partire dal 12 febbraio ed entro il 31 marzo 2024.


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Legge 104, il congedo straordinario retribuito raddoppia e aumenta a 4 anni: nuova ordinanza del Tribunale di Treviso

Pubblicato il: 16/02/2024

E’ definito congedo straordinario il periodo di assenza dal lavoro retribuito concesso ai lavoratori dipendenti che assistano familiari con disabilità grave accertata. Originariamente concepito come strumento di tutela rafforzata della maternità in caso di figli portatori di handicap grave, il congedo straordinario è a tutt’oggi inserito in un testo normativo dedicato alla tutela e al sostegno della maternità e della paternità, il d. lgs. 151/2001, anche se progressivamente ha assunto una portata più ampia, estendendo così il proprio ambito di applicazione oltre i rapporti genitoriali, sino a ricomprendere anche le relazioni tra figli e genitori disabili, e ancora, in altra direzione, i rapporti tra coniugi o tra fratelli (art. 42 D.lgs. n. 151/2001). La legge ha, poi, individuato un rigido ordine gerarchico tra i possibili beneficiari che non può essere alterato in base ad una libera scelta della persona disabile. Si tratta di un istituto fondamentale per l'assistenza ai disabili in condizione di gravità, consentendosi la conservazione del posto di lavoro e del correlato apporto reddituale in concomitanza di impegnative attività di cura ed accudimento del disabile da parte di chi ne gode.

La presentazione della domanda. che ha validità a decorrere dalla sua presentazione, incontra tuttavia dei limiti E’ infatti possibile richiedere fino ad un periodo massimo di due anni di congedo straordinario nell'arco della vita lavorativa: tale limite è complessivo fra tutti gli aventi diritto per ogni disabile grave. Pertanto, chi ha più di un familiare disabile può beneficiare del congedo per ciascuno di essi, ma non potrà comunque mai superare i due anni. La legge, invero, non ha previsto il cosiddetto “raddoppio”.
Ma sul punto ora è ragionevole aspettarsi una revisione da parte del legislatore.

Con l’ordinanza del 10 gennaio 2024 la sezione lavoro del Tribunale di Treviso ha infatti accolto il ricorso di una lavoratrice riconoscendole il diritto al congedo straordinario retribuito per assistere il padre disabile, nonostante ne avesse già fruito in precedenza per assistere la madre bisognosa di cure ed assistenza.
L'ordinanza cautelare in commento richiama, quindi, ancora una volta, l’attenzione del legislatore sulla complessa e delicata questione della conciliazione fra lavoro ed esigenze di assistenza ai familiari disabili: occorre, come sempre, assicurare una risposta alle esigenze di sicurezza economica di chi è costretto ad assentarsi per la cura di familiari non autosufficienti senza dover, per questo, rinunciare al proprio posto di lavoro. La sensibilità dei decisori politici verso questo tema si è sviluppata, come è noto, a partire dalla L. 104/1992 (legge104), provvedimento con il quale si è ingegnato, sotto profili differenti, per i lavoratori portatori di handicap grave e per i loro familiari lavoratori, un pacchetto eterogeneo di permessi che consentirebbero di fare fronte alle diverse necessità di cura ed assistenza.

Peraltro anche la rilevanza sociale del ruolo dei familiari quotidianamente impegnati in questa attività di assistenza (altrimenti detti caregivers o portatori di assistenza) non è sfuggita alla sensibilità del legislatore, tanto da pervenire a riconoscere loro, nel caso in cui siano occupati, e in presenza di determinate condizioni, il diritto a forme speciali di pensionamento anticipato, o di accesso alla sperimentazione dello scivolo pensionistico dell'APE sociale.

La vicenda in esame verte, in particolare, sul rifiuto, intimato dall'INPS, rispetto alla richiesta di fruizione di ulteriori due anni di congedo straordinario biennale (ex art. 42, comma 5, d. lgs. 151/2001) presentata da una lavoratrice privata per assistere il padre invalido. A sostegno del rigetto della domanda, l’Istituto previdenziale adduceva la considerazione che il limite dei due anni non potesse essere raddoppiato. Nelle parole pronunciate dalla difesa si è fatto invece leva sulla connotazione dello strumento del congedo straordinario retribuito quale espressione dello Stato sociale che contribuisce ad alleggerire le spese sociali a carico della comunità.

Del resto la medesima Corte costituzionale, più volte intervenuta sul tema, aveva già sottolineato la necessità di adeguare le misure di assistenza alle emergenti situazioni di bisogno e alla crescente richiesta di cura che origina, tra l'altro, dai cambiamenti demografici in atto (Corte Cost. 18 luglio 2013, n. 203).


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Disability Card, nuova carta europea disabilità e contrassegno parcheggio disabili: ecco tutte le novità e i vantaggi

Pubblicato il: 16/02/2024

La tessera europea di disabilità è uno strumento previsto per le persone con disabilità residenti in Unione Europea. In caso di brevi soggiorni in altri Paesi della Comunità europea, la persona avrà un documento che attesti la sua disabilità, potendo così vedere riconosciuti i propri diritti anche all'estero. La European Disability Card sarà un'integrazione della tessera di disabilità nazionale, che continuerà ad essere rilasciata da ciascuno Stato membro, secondo i criteri ivi previsti.

A settembre 2023, la Commissione europea aveva proposto di estendere a tutti i Paesi dell’UE l’obbligo di riconoscimento della tessera di disabilità e del tagliando di parcheggio per persone con disabilità.
Tale proposta arrivava in scia al progetto pilota, avviato tra il 2016 e il 2018, cui parteciparono 8 Stati membri – Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Malta, Romania, Slovenia e Italia – orientato alla creazione di un sistema di riconoscimento delle tessere di disabilità e degli annessi diritti, omogeneo per tutti gli Stati membri dell’Unione Europea.

Giovedì 8 febbraio 2024 le istituzioni europee hanno finalmente raggiunto un accordo riguardo la creazione della “European Disability Card”: ciò comporta un’enorme accelerata nel procedimento in quanto la proposta definitiva sarà verosimilmente votata prima della fine di questa legislazione.

Il Forum europeo sulla disabilità, movimento rappresentativo dei cittadini europei con disabilità, ha annunciato il raggiungimento dell’accordo provvisorio, festeggiando la possibilità di assicurare la libera circolazione dei cittadini europei con disabilità, i quali potranno finalmente viaggiare per l’Unione Europea vedendo riconosciuto il tagliando di parcheggio e la tessera di disabilità ottenuti nello Stato membro di appartenenza. Potranno così godere di una serie di vantaggi quali, ad esempio, ingressi gratuiti e tariffe ridotte nelle attrazioni turistiche, accessi prioritari o assistenza personale ed ausili alla mobilità, ove necessari.

Il movimento di rappresentanza aveva formulato una serie di richieste alle istituzioni europee, accolte solo in parte. Nello specifico, l’European Disability Card fornirà alcuni vantaggi ai cittadini in suo possesso, quali:

  • il godimento dei servizi di trasporto (seppure con alcune eccezioni);
  • accesso al sostegno in caso di partecipazione a programmi di mobilità UE;
  • gratuità del rilascio e del rinnovo della tessera;
  • l’opportunità, a discrezione degli Stati membri, di estendere la validità della carta in caso di soggiorni più lunghi;
  • misure di sicurezza per proteggere la privacy del portatore della Card.

Quanto al tagliando di parcheggio, l’UE designerà un formato che tutti gli Stati membri dovranno utilizzare. Inoltre, per questa sono previste:

  • la designazione di un termine preciso entro cui la pubblica autorità dovrà emettere il contrassegno, al fine di scongiurare interminabili ed inutili attese;
  • la presenza di un QR code sul permesso di parcheggio, al fine di prevenire eventuali contraffazioni;
  • l’inclusione del Braille sulla tessera fisica.

La novità, per il permesso di parcheggio, sta proprio nella creazione di un modello vincolante per tutti, a differenza dell’attuale contrassegno di parcheggio per le persone con disabilità che era stato creato da ciascuno degli Stati a propria discrezione, sulla base di una raccomandazione europea che non ne precisava la forma.

Tuttavia, la distribuzione delle nuove European Disablity Cards potrà avvenire solo dopo circa 4 anni, considerando che, una volta concluso l’iter di approvazione della normativa in ambito europeo, i singoli Stati membri dovranno formulare le leggi di attuazione del Regolamento. In totale, agli Stati membri dell’Unione sono stati accordati 42 mesi per iniziare ad emettere le European Disability Cards, di cui 30 per formulare leggi per il recepimento della normativa europea, una volta formulata ed approvata.


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Nuovo Codice della Strada europeo: patente ritirata per chi supera i limiti di velocità nei centri urbani di 30km/h

Pubblicato il: 16/02/2024

Uniformare le regole per gli automobilisti europei.

Questo il primo obiettivo dell’Europarlamento. Ad oggi, infatti, se la patente di guida viene sospesa o ritirata in uno dei Paesi Ue diverso da quello che l’ha rilasciata, la sanzione è applicabile solo nello Stato in cui è stata commessa l’infrazione stradale.

Con le nuove regole, viceversa, ritirata o sospesa la patente, non si potrà guidare in tutta l’Unione europea; anzi, tale informazione, andrà trasmessa anche allo Stato che ha rilasciato la patente di guida.

Ridurre gli incidenti stradali, questo l’ulteriore proposito dei parlamentari europei.

E così, si amplia il catalogo delle infrazioni considerate gravi e, quindi, passibili di ritiro o sospensione della patente.

In particolare, scatta la sospensione della patente o il ritiro della stessa al superamento di 30 Km/h del limite imposto nei centri urbani, anziché – come attualmente – di 50 Km/h.

Altra infrazione che verrà considerata particolarmente grave è la guida senza patente, che verrà di fatto equiparata alla guida in stato di ebbrezza o all’aver causato un incidente mortale.

Tra gli interventi dell'Europarlamento anche l’idea di fissare un termine massimo di 10 giorni lavorativi ai Paesi membri per informarsi reciprocamente delle decisioni sul ritiro di una patente e di 15 per decidere se debba essere applicato in tutta l’Ue.

Il conducente, a sua volta, andrà informato della decisione entro 7 giorni lavorativi.

Le nuove regole sono già state positivamente votate dal Parlamento europeo e si appresta a concludere il proprio iter d’approvazione.

L’ambizioso risultato cui la Commissione europea aspira, con l’adozione di questo pacchetto sulla sicurezza stradale, è quello di ridurre a zero le vittime di incidenti stradali entro il 2050.


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