Bonus maturità 2024, in arrivo 500 euro per le spese culturali ma solo se prendi un buon voto: ecco quale e come fare

Pubblicato il: 02/07/2024

Con il decreto del Ministero della Cultura n. 225 del 29 dicembre 2023, attuativo della Legge di Bilancio 2023, è stata introdotta la carta del merito, che permette ai maturandi più meritevoli di ottenere un somma pari a 500 euro da spendere per l'acquisto di beni attinenti alla cultura.
Per i maturati dell'anno scorso sono scaduti i termini per presentare la domanda; invece per i maturati di quest'anno si dovrà attendere la riapertura della piattaforma, prevista per gennaio prossimo.
Per ottenere la carta del merito sono necessari due requisiti:
  • aver compiuto 19 anni;
  • aver ottenuto come voto di maturità almeno 100 centesimi.
Accanto a questa carta, il governo ne ha prevista una seconda che non valuta il merito dello studente, ma la situazione reddituale del suo nucleo familiare. Questa è la carta cultura, che può essere ottenuta con il criterio anagrafico dei 19 anni e con un reddito ISEE inferiore a 35mila euro.
Se lo studente dovesse possedere tutti e due i requisiti potrà richiederle entrambe, per una soma pari a 1000 euro da spendere sempre per beni attinenti alla cultura.
La somma non sarà disponibile sul conto del maturando, ma si troverà nel portafoglio virtuale che si creerà a seguito dell'erogazione della somma.
Ma vediamo nel dettaglio cosa può essere acquistato:
  • biglietti per il teatro, il cinema e gli spettacoli dal vivo, ma anche per l’accesso a musei, mostre ed eventi, monumenti, gallerie, aree archeologiche e parchi naturali;
  • libri e abbonamenti a quotidiani e periodici, anche in digitale;
  • musica registrata;
  • prodotti dell’editoria audiovisiva;
  • corsi di musica, di teatro, di danza;
  • corsi di lingua straniera.
Vediamo ora le scadenze e le modalità di richiesta delle due carte.
Per quanto attiene alla carta cultura, questa può essere richiesta a partire dal 30 giugno fino al 31 dicembre dell'anno successivo a quello di compimento della maggiore età. Per la carta del merito le tempistiche sono le stesse, ma a partire dall'anno successivo a quello in cui si è ottenuto il diploma di maturità.

Per richiedere le due carte è necessario collegarsi al portale istituito appositamente ed accedere con le proprie credenziali SPID o CIE. Per la carta cultura sarà necessario inserire anche il valore risultante dal modello ISEE.
L'ISEE è l'indicatore che serve a valutare e confrontare la situazione economica dei nuclei familiari che facciano richiesta di prestazioni sociali agevolate; può essere richiesto anche tramite i CAF, i patronati o gli studi di commercialisti, presentando l'apposita documentazione.

Ricordiamo: chi possiede i tre requisiti potrà richiederle entrambe presentando, però, due domande diverse.
Per qualsiasi altra informazione è possibile consultare il testo del decreto.


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Partita Iva, se le ferie superano i 12 giorni devi comunicarlo all’Agenzia delle Entrate: ecco perché

Pubblicato il: 02/07/2024

Si avvicina il mese di agosto e molti titolari di partita IVA scelgono di prendersi qualche settimana di ferie e abbassare la saracinesca del loro esercizio commerciale. Prima di partire c’è un adempimento da compiere: impostare il registratore telematico come “fuori servizio”. Non si tratta di un obbligo ma, per tale via, si rende consapevole l'Agenzia delle Entrate della ragione alla base del mancato flusso di dati e, allo stesso tempo, si è tutelati da eventuali segnalazioni di anomalie.

Occorre compiere questa operazione solo quando il periodo di chiusura supera i 12 giorni.
Nel dettaglio, regole e procedure da seguire per disattivare – nel periodo di chiusura stabilito – il Registratore Telematico sono illustrate dall’Agenzia delle Entrate con il provvedimento del 18 gennaio 2023, n. 15943.
Nel testo si legge che "Nel caso in cui l’interruzione dell’attività sia superiore ai 12 giorni (ad esempio ferie lunghe, chiusura stagionale, inutilizzo temporaneo, etc.) o se l’esercente non fosse in grado di conoscere la durata del periodo di inattività e di comunicarla a priori, il Registratore Telematico deve prevedere la possibilità di predisporre l’invio di un evento di tipo “fuori servizio”, codice 608 (magazzino/periodo di inattività), per comunicare al sistema l’inizio del periodo di inattività. In questo caso il RT tornerà “In servizio” alla prima trasmissione utile".

Come chiarito anche nella risposta all’interpello n.247/2022, lo stato "fuori servizio" del Registratore Telematico "consente all’Amministrazione di avere contezza di un problema in essere e di motivare eventuali mancate o tardive memorizzazioni e trasmissioni, totali o parziali, dei dati".
Nulla cambia per chi parte per le vacanze per una sola settimana: in questo caso non è necessario seguire nessuna procedura per comunicare le proprie ferie al Fisco.

Nel testo aggiornato delle specifiche tecniche, versione 11.1, allegato al provvedimento del 18-01-2023, si conferma quanto già previsto in precedenza: "Nel caso di interruzione dell’attività per chiusura settimanale, chiusura domenicale, ferie, chiusura per eventi eccezionali, attività stagionale o qualsiasi altra ipotesi di interruzione della trasmissione (non causata da malfunzionamenti tecnici dell’apparecchio), il Registratore Telematico, alla prima trasmissione successiva ovvero all’ultima trasmissione utile, provvede all’elaborazione e all’invio di un unico file contenente la totalità dei dati (ad importo zero) relativi al periodo di interruzione, per i quali l’esercente non ha effettuato l’operazione di chiusura giornaliera".

Quindi, riepilogando:

  • se il periodo di chiusura/interruzione è inferiore a 12 giorni, l’Agenzia delle Entrate non rileva nessuna anomalia;
  • se il periodo di chiusura/interruzione è superiore a 12 giorni, l’Agenzia invierà una richiesta di chiarimenti via PEC all’esercente. Quest’ultimo comunicherà all’Agenzia il motivo della mancata trasmissione per chiusura/interruzione (ferie, malattia, ecc.), periodo che coinciderà con il flusso di dati “zero” che il RT, alla riapertura, avrà automaticamente trasmesso alla stessa Agenzia.

Come può avvenire la comunicazione preventiva di inattività/interruzione da parte dell’esercente?
L’esercente può effettuare la comunicazione preventiva di inattività/interruzione secondo due modalità:
attraverso il sito web dell’Agenzia delle entrate
  • nella sezione “Area Gestore ed Esercente”;
  • tramite la voce di menu “Procedure di Emergenza” e poi “Dispositivo Fuori Servizio”;

– utilizzando una specifica funzionalità del RT per porre il medesimo “Fuori Servizio – codice 608”: tale funzionalità è obbligatoriamente prevista per i RT approvati dal 30 giugno 2023.
Per i modelli che sono stati approvati prima di tale data, esiste (da verificare in relazione ai singoli apparati) la possibilità di richiedere un aggiornamento del software (adeguando, pertanto, il RT alle nuove specifiche tecniche versione 11) e far sì, quindi, che il RT automaticamente comunichi lo stato “Fuori servizio”.


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Spese condominiali, in alcuni casi non sei più obbligato a pagarle: ecco quali

Pubblicato il: 01/07/2024

Non sei in regola con i pagamenti delle spese condominiali relative ai lavori di manutenzione straordinaria della facciata? Hai acquistato o ereditato un immobile su cui gravano le spese insolute del precedente proprietario?

Anche per le spese condominiali è previsto un limite di tempo entro il quale può essere richiesto il pagamento.
La norma di riferimento va rinvenuta nell'articolo 2948 del codice civile, che stabilisce i seguenti termini di prescrizione:

  • in caso di spese ordinarie, il condominio ha 5 anni di tempo per recuperare le somme dovute;
  • per le spese straordinarie, il condominio ha 10 anni di tempo per recuperare le quote non pagate.

Sono spese ordinarie, ad esempio, quelle relative alla pulizia delle scale, all'illuminazione, alle riparazioni generiche come quelle riguardanti serrature e sostituzione di lampadine. Le spese condominiali straordinarie, invece, riguardano la manutenzione straordinaria, appunto, di beni comuni e la loro ristrutturazione. Le tabelle millesimali sono lo strumento di ripartizione delle spese condominiali: con esse si stabiliscono le quote di partecipazione alle spese e i diritti di ogni condomino sulle parti comuni di un condominio.

La prescrizione può essere interrotta da alcuni atti, dai quali si evince manifestamente la volontà del condominio di richiedere il pagamento delle somme dovute. Tra questi atti rientrano:

  • l'invio di una lettera raccomandata con avviso di ricevimento, con cui si richiede il pagamento delle spese;
  • la notifica di un decreto ingiuntivo;
  • qualsiasi atto giudiziale avviato per il recupero del credito.

Quindi, con queste richieste di pagamento formali si azzera la prescrizione, e il termine di cinque anni ricomincia a decorrere dalla data dell'atto interruttivo.

Cosa accade se i termini decorrono e il debito resta insoluto?

Nel caso in cui l’ingiunzione di pagamento e/o il pignoramento dei beni siano stati inefficaci, ricade sugli altri condomini l'onere di coprire la quota del moroso. Il creditore può rivalersi nei confronti dei condomini in proporzione alle quote millesimali. È prevista la possibilità d'istituire un fondo tramite il consenso unanime dei condomini.
Inoltre, sia il compratore che il venditore sono corresponsabili per i pagamenti non effettuati: di conseguenza se, nell’anno del rogito o in quello precedente, le spese non sono state saldate, l’amministratore può richiederle sia al vecchio che al nuovo proprietario (cfr. art. 63 delle disp. att. c.c.).

Quanto alle spese condominiali che deve sostenere l’inquilino, si chiarisce che quest’ultimo è tenuto a corrispondere quelle di manutenzione ordinaria con gli oneri accessori. Sono oneri accessori quelli elencati dall'art. 9 della l. equo canone, tra i quali, ad esempio, i costi relativi al servizio di pulizia, al funzionamento e all'ordinaria manutenzione dell'ascensore, alla fornitura dell'acqua, dell'energia elettrica, del riscaldamento e del condizionamento dell'aria e in genere alla fornitura di servizi comuni.
Tuttavia, per l'inquilino, il termine di prescrizione degli oneri accessori dovuti è di soli 2 anni, decorrenti dalla relativa richiesta del proprietario di casa. Quest’ultimo può, comunque, interrompere la prescrizione attraverso una richiesta di adempimento e la costituzione in mora. Si tenga, infine, presente che il mancato pagamento degli oneri accessori legittima il procedimento di sfratto, se il debito totale è pari o superiore a 2 quote del canone di affitto (e il ritardo supera i 60 giorni).


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Assegno di Inclusione, adesso puoi avere più di 1000 euro al mese grazie al Supporto Formazione e Lavoro: ecco come fare

Pubblicato il: 01/07/2024

Al giorno d'oggi, il numero di famiglie che beneficiano dell’Assegno di Inclusione (ADI) è particolarmente elevato.
Sebbene non superino gli oltre 2 milioni di famiglie che, fino al 2023, beneficiavano del Reddito di Cittadinanza, il numero di nuclei familiari che usufruiscono di questo aiuto rimane comunque considerevole, nonostante il Governo abbia ridotto il numero di destinatari che possono usufruire dell’ADI rispetto a coloro che, invece, potevano accedere al Reddito di cittadinanza.
Le differenze tra l’ADI e il Reddito di cittadinanza sono più d'una. Ad esempio, una prima differenza sostanziale rispetto al Reddito cittadinanza risiede nel fatto che l’ADI prevede, come sussidi per alcuni nuclei familiari, importi molto bassi, spesso di gran lunga inferiori rispetto a quelli erogati attraverso il Reddito di cittadinanza.
È indubbio, quindi, che la transizione dal Reddito di Cittadinanza all’Assegno di Inclusione abbia comportato diversi cambiamenti per i vari beneficiari.
Gli importi erogati rappresentano una delle principali preoccupazioni dei beneficiari dell’ADI. Alcune famiglie, che fino al 2023 ricevevano più di 1.000 euro al mese attraverso il Reddito di Cittadinanza, oggi devono fare i conti con somme di gran lunga inferiori.

Tuttavia, esistono dei modi attraverso i quali i percettori di ADI possono beneficiare di una somma superiore ai 1000 euro. Vediamo quindi come si può ottenere questo risultato, nonostante le riduzioni decise dal governo.

La prima differenza sostanziale che intercorre tra Reddito di cittadinanza e ADI riguarda la platea dei beneficiari. Infatti, in passato il Reddito di cittadinanza era disponibile per tutte le famiglie, indipendentemente dall'età dei componenti del nucleo o dalle condizioni di ciascuno, a patto che rientrassero nei limiti di reddito o di ISEE previsti dalla legge.
Attualmente, invece, solo chi ha più di 60 anni, meno di 18 anni, chi ha responsabilità di cura, chi è assistito dai servizi sociali o chi ha una disabilità di almeno il 67% può accedere all’Assegno di inclusione. È bene però sottolineare che, per le famiglie che includono persone appartenenti a queste categorie, gli importi percepiti non sono cambiati tra il Reddito di Cittadinanza e l’Assegno di Inclusione.
Sempre con riferimento alla platea dei beneficiari, discussa è la possibilità di beneficiare dell’ADI durante la gravidanza. La questione è stata più compiutamente affrontata in questo articolo.

Per molte famiglie, l’Assegno di Inclusione non si è rivelato particolarmente vantaggioso, avendo comportato l'erogazione, in loro favore, di un aiuto economico ridotto rispetto al Reddito di Cittadinanza. Tuttavia, esiste una soluzione alternativa per coloro che non abbiano potuto accedere all’Assegno di Inclusione, la quale può portare al conseguimento di un sostegno maggiore rispetto alla misura precedente.
Ebbene, gli adulti sotto i 60 anni, senza responsabilità di cura, non disabili e non assistiti dai servizi socio-sanitari locali per dipendenze o patologie, possono richiedere una misura parallela all'Assegno di Inclusione. Il governo ha infatti introdotto il “Supporto Formazione e Lavoro” come misura complementare che, insieme all’Assegno di Inclusione, ha sostituito il Reddito di Cittadinanza.

Le due misure sono distinte. L'Assegno di Inclusione viene erogato su una carta simile a una PostePay e deve essere utilizzato per acquisti essenziali, farmaci, bollette o per il pagamento del mutuo o dell'affitto.
Non gravano particolari obblighi sui beneficiari, i quali, per continuare a percepire il sussidio, devono registrarsi presso il Servizio sociale competente del Comune di riferimento entro 120 giorni dalla domanda e presentarsi ogni 90 giorni per verificare i miglioramenti sociali. Per un approfondimento sulla questione, si consiglia la lettura di questo articolo.

Il “Supporto Formazione e Lavoro” richiede, invece, la partecipazione a corsi e iniziative adottate da parte dei Centri per l'Impiego.
Solo partecipando a queste attività, gli interessati possono ricevere il sussidio mensile tramite bonifico, senza vincoli sull'uso del denaro.
Pertanto, una famiglia che abbia i requisiti previsti da entrambe le misure potrà beneficiare di entrambi i sussidi.
Questo permette di ottenere un assegno superiore a 1.000 euro.

Se i membri del nucleo familiare che dispongono dei requisiti per beneficiare dell'Assegno di Inclusione possono ricevere un importo pari a 500 euro al mese come integrazione al reddito familiare (tale importo inoltre deve essere moltiplicato in base alla scala di equivalenza per i componenti della famiglia), gli altri membri, che beneficiano del sussidio “Supporto Formazione e Lavoro”, possono ricevere 350 euro al mese ciascuno.
Per esempio, una famiglia con due genitori over 60 avrà diritto a 700 euro di Assegno di Inclusione, a cui si potranno aggiungere, eventualmente, 280 euro di integrazione per l'affitto. Se in questo nucleo familiare ci sono due figli maggiorenni, senza lavoro e senza redditi, potranno ricevere altri 700 euro al mese (350 ciascuno).
Con il precedente Reddito di Cittadinanza, invece, questa famiglia di quattro persone riceveva 1.050 euro di sussidio.
Con le nuove misure, quindi, la loro condizione economica risulta migliorata rispetto a prima.


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Condono edilizio 2024, non puoi nemmeno tinteggiare le pareti fino all’accettazione della domanda: ecco cosa dice il TAR

Pubblicato il: 01/07/2024

Il TAR Campania, con la recentissima sentenza n. 3541 del 04.06.2024, è tornato sul tema dei lavori eseguiti sull’opera abusiva in pendenza della domanda di condono edilizio, ribadendo, in tal modo, le conseguenze che potrebbero derivare dal compimento di una tale attività.

Il giudizio sottoposto all’esame del TAR trae le mosse dal ricorso, promosso da un cittadino, avverso tre sanzioni demolitorie irrogate dal Comune per svariate opere edilizie di diversa consistenza e qualità (come tettoie e gazebi), realizzate su area di proprietà comunale e in assenza dei prescritti titoli abilitativi, nonché per gli ulteriori interventi (come pavimentazione, opere di ordinaria e straordinaria manutenzione) realizzati su un fabbricato di proprietà del ricorrente già oggetto di istanza di condono.

Nel caso di specie, due dei citati provvedimenti demolitori erano stati emanati – rispettivamente – ai sensi dell’art. 27 e dell’art. 31 del DPR 380/2001 (c.d. Testo Unico Edilizia), con l’obiettivo di reprimere gli illeciti consistenti nelle modifiche apportate al fabbricato oggetto di istanza di condono.

Il TAR Campania, nell’esaminare la questione sottoposta al proprio esame, ha ribadito – tra le altre cose – un importante principio dettato in tema di lavori e/o, comunque, di modifiche apportate ad immobili già oggetto di istanza di condono.

Difatti, nella citata sentenza 3541 del 04.06.2024, il TAR Campania ha sottolineato che “successivamente alla presentazione della domanda di condono edilizio e prima che quest'ultima sia decisa, il proprietario non può effettuare alcun lavoro di completamento o ampliamento dell'immobile abusivo, valendo il principio in forza del quale è la prosecuzione in sé dei lavori ad essere preclusa, a prescindere dal regime edilizio a tali opere applicabile, anche in termini di trattamento sanzionatorio”.

Ad essere vietati, però, non sono solo i “lavori di ampliamento o completamento”, ma qualsiasi lavoro e/o attività – anche solo di ordinaria manutenzione – eseguiti sull’immobile oggetto di istanza di condono edilizio: come sottolineato nella citata sentenza, le eventuali ulteriori opere, eseguite dopo la presentazione dell'istanza di condono, “ancorché interne, pertinenziali o di ridotto impatto urbanistico, oppure astrattamente riconducibili alle categorie della manutenzione ordinaria/straordinaria, del restauro e/o del risanamento conservativo, o della ristrutturazione edilizia”, sono da considerarsi abusive e in prosecuzione dell'indebita attività edilizia pregressa.

In tal modo, si sottolinea che anche tali “minori interventi” – ripetendo le caratteristiche di illiceità dell'opera principale, cui ineriscono strutturalmente – sono assoggettabili all’ordine di demolizione da parte dell'amministrazione comunale ai sensi degli artt. 27 e 31 del D.P.R. n. 380 del 2001.

Tra l’altro, il TAR osserva anche come ciò “non significa negare in assoluto la possibilità di intervenire su immobili rispetto ai quali pende l'istanza di condono, ma solo affermare che, a pena dell'assoggettamento alla medesima sanzione demolitoria prevista per il manufatto abusivo di riferimento, tale possibilità di intervento deve esplicarsi nel rispetto delle procedure di legge”, ossia nel rispetto del dettato dell'art. 35 della L. 47/1985 (ancora applicabile per effetto dei rinvii ad essa operata dalla successiva legislazione condonistica).


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Partita Iva, da oggi arriva il divieto di compensazione dei crediti fiscali in caso di debiti: ecco chi è escluso

Pubblicato il: 01/07/2024

L'art. 1, comma 94 della L. 213/2023 (Legge di bilancio 2024) ha disposto una nuova limitazione alla compensazione dei crediti d'imposta nel Mod. F24, che opera in presenza di debiti con importi complessivamente superiori a euro 100.000, per i quali i termini di pagamento siano scaduti e siano ancora dovuti pagamenti o non siano in essere provvedimenti di sospensione.

La norma si chiude con la previsione che, con la finalità di verificare le condizioni appena descritte, sui modelli F24 contenenti compensazioni vi saranno dei controlli preventivi che, in caso di presenza dei precedenti presupposti, potranno bloccare la delega di pagamento (si tratta del c.d. “F24 sospeso”, di cui all’articolo 37, commi 49ter e 49quater, del D.L. 223/2006).

Tale previsione non va confusa con il divieto di compensazione di cui all’articolo 31 del D.L. 78/2010, riguardante i contribuenti che hanno iscrizioni a ruolo superiori a 1.500 euro, in quanto il piano di azione delle due norme è diverso. In questo caso, il divieto alla compensazione non è assoluto, poiché non riguarda la parte eccedente.
Per essere più chiari, si supponga che un contribuente abbia un importo iscritto a ruolo scaduto pari a 1.000 euro, e un credito Irpef potenzialmente compensabile di 9.000 euro. La parte eccedente del credito rispetto al ruolo, ovvero 8.000 euro (9.000 euro – 1.000 euro), sarà liberamente utilizzabile in compensazione orizzontale.

Il limite che avrà decorrenza dal prossimo 1° luglio, invece, è assoluto: ciò significa che il divieto di compensazione orizzontale dei crediti fiscali nel modello F24 si applica anche per la parte dei crediti eccedente gli importi iscritti a ruolo.

Inoltre, il divieto di compensazione:

  • sotto il profilo oggettivo riguarda ogni tipologia di credito, quindi anche quelli istituiti dalla legislazione speciale e quelli non erariali. Il divieto di compensazione non riguarda, quindi, i crediti relativi a contributi previdenziali e assistenziali e quelli relativi ai premi per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali;
  • sotto il profilo soggettivo opera solo in presenza di ruoli scaduti o accertamenti affidati in riscossione. Quindi non riguarderebbe gli avvisi bonari, gli avvisi di recupero dei crediti d’imposta, gli avvisi di liquidazione e di accertamento non esecutivi, per i quali non sia ancora stata notificata la cartella di pagamento.

Si segnala anche un’ulteriore previsione introdotta della Legge di bilancio 2024, anche questa destinata a trovare applicazione del prossimo 1° luglio.
Si richiama l’articolo 1, comma 97, laddove ha introdotto un termine iniziale per poter procedere con la compensazione in F24 dei crediti Inps e Inail. In base a tale disposizione, i lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali degli artigiani ed esercenti attività commerciali e i liberi professionisti iscritti alla Gestione separata potranno effettuare le compensazioni di crediti previdenziali a decorrere dal decimo giorno successivo a quello di presentazione della dichiarazione dei redditi da cui il credito emerge.


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Limitatore di velocità obbligatorio su tutte le auto nuove da luglio: ecco come funzionerà

Pubblicato il: 30/06/2024

A breve in arrivo, in tutta Europa, l’obbligo di installare sulle automobili di nuova immatricolazione dei limitatori di velocità.

Il 7 luglio 2024, infatti, entrerà in vigore un regolamento europeo del 2019 che impone tale obbligo nei confronti di tutte le case automobilistiche. L’obiettivo è ridurre significativamente la percentuale di incidenti automobilistici, dovuti al mancato rispetto dei limiti di velocità su strade e autostrade. Questo sistema avanzato sarà in grado di determinare i limiti di velocità stradali, combinando i dati forniti dal GPS con le informazioni raccolte da telecamere integrate nella vettura che leggeranno i segnali stradali, monitorando quindi la velocità del veicolo.

Il dispositivo non interverrà direttamente sulla velocità del veicolo, ma avviserà il conducente tramite segnali sensoriali quando verrà superato il limite di velocità imposto. Questo avvertimento potrebbe arrivare sotto forma di suoni, vibrazioni del volante o altri tipi di feedback sensoriali, garantendo così la permanenza del controllo nelle mani del conducente e minimizzando i rischi associati a rallentamenti automatici e improvvisi della vettura.
Inoltre, un aspetto cruciale di questi sistemi risiede nella possibilità di disattivarli, anche se saranno attivati per impostazione predefinita all’accensione del veicolo.
L’introduzione di questo regolamento segue l’esempio del Regno Unito, che ha già reso obbligatori tali dispositivi a partire da maggio 2023.

L’obiettivo è ridurre significativamente gli incidenti stradali causati dall’eccesso di velocità. Infatti, secondo il Rapporto sull’incidentalità stradale 2023 redatto da Aci e Istat, ogni anno si verificano circa 20.000 incidenti a causa del superamento dei limiti di velocità, che rappresentano il 9,3% del totale degli incidenti e ne costituiscono la terza causa principale dopo la distrazione alla guida e la mancata precedenza. Inoltre, sempre secondo l’Istat, il costo sociale degli incidenti stradali è estremamente alto. Nel 2022, l’Italia ha speso 17,9 miliardi di euro per far fronte alle conseguenze degli incidenti, una cifra che rappresenta quasi l’1% del PIL nazionale. Ridurre gli incidenti non solo migliorerebbe la sicurezza stradale, ma avrebbe anche un significativo impatto economico positivo.

Nonostante l’impiego di una tecnologia particolarmente avanzata, alcuni test effettuati hanno riscontrato errori nei limitatori, spesso dovuti a difetti della segnaletica stradale piuttosto che al sistema stesso. I maggiori problemi, infatti, hanno riguardato le aree con segnali mancanti, confusi o danneggiati: in questi casi, il dispositivo potrebbe impostare limiti non corretti, portando a potenziali disagi per i conducenti.
Un’altra criticità, evidenziata da alcuni automobilisti, riguarda il rischio che i segnali acustici possano distrarre e causare incidenti. Tuttavia, secondo vari studi, una significativa percentuale degli incidenti stradali è dovuta al mancato rispetto dei limiti di velocità. L’obiettivo del limitatore di velocità è ridurre a zero questi incidenti, incoraggiando il rispetto dei limiti tramite avvisi sonori.

L’introduzione obbligatoria dei limitatori di velocità nelle auto di nuova produzione rappresenta un cambiamento significativo nelle politiche di sicurezza stradale in Europa. Se implementato correttamente, questo sistema potrebbe ridurre drasticamente il numero di incidenti causati dall’eccesso di velocità, migliorando sia la sicurezza stradale che l’efficienza economica.


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Bonifico bancario, se sbagli il codice IBAN sul bonifico la banca ti dovrà risarcire: ecco in quali casi è previsto

Pubblicato il: 30/06/2024

La Corte di Cassazione, con la sentenza 17415 del 25 giugno scorso, ha respinto il ricorso dell’Istituto di credito INTESA SANPAOLO S.p.A., condannandolo a versare 40 mila euro alla curatela di una società, al cui titolare – poi fallito – era destinato un bonifico di importo analogo.
La Corte ha affermato il seguente principio di diritto: “In tema di responsabilità di una banca per operazioni effettuate a mezzo di strumenti elettronici, se il beneficiario, nominativamente indicato, di un pagamento da eseguirsi tramite bonifico sia sprovvisto di conto di accredito presso la banca intermediaria (…), si applicano le regole di diritto comune, per cui grava sull’intermediaria stessa, responsabile, l’onere di dimostrare di aver compiuto l’operazione di pagamento nei confronti del beneficiario rimasto insoddisfatto a causa dell’indicazione, rivelatasi inesatta, del proprio IBAN“.

Sulla Banca – continua la Cassazione – grava in particolare l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie al fine di scongiurare il rischio di un’erronea individuazione di detto beneficiario o, quanto meno, di essersi adoperata per consentirgli l’individuazione del soggetto concretamente gratificato dal pagamento destinato.

Quali i fatti?

Al Tribunale di Brescia era stata intentata azione legale per ottenere la condanna della Banca Popolare di Vicenza al pagamento di una somma quale corrispettivo del  mancato ricevimento, da parte del fallimento A.A., di un indennizzo da Reale Mutua Assicurazioni, erroneamente versato tramite bonifico bancario ad un terzo sconosciuto. La Banca Popolare di Vicenza, responsabile dell’accredito, non aveva verificato la corrispondenza tra il codice IBAN e il nome del beneficiario. Banca Intesa Sanpaolo, subentrata alla Banca Popolare di Vicenza, ha presentato appello contro la decisione, ma la Corte d’Appello di Brescia ha rigettato il ricorso con sentenza, adducendo che la banca non avesse adottato le necessarie precauzioni nell’eseguire l’ordine di bonifico, violando le norme del D. Lgs. 11/2010 sui servizi di pagamento e quelle sulla tutela della privacy. Oltre al fatto che la responsabilità bancaria è stata confermata in virtù dell’art. 2043 c.c. e del principio di vicinanza della prova, che obbliga la banca a dimostrare le cautele adottate per il recupero dei fondi accreditati erroneamente.

Si osserva che la fornitura di servizi di pagamento si basa su un rapporto contrattuale tra l’utente e l’intermediario, che può derivare anche da un semplice “contatto sociale qualificato”. Tale rapporto impone alcuni obblighi in capo agli  intermediari, tenuti a rispettare non solo la normativa specifica sui servizi di pagamento, ma anche le regole del diritto comune, ovvero quelle dettate dal codice civile.
In più, gli intermediari sono tenuti a operare secondo principi di diligenza professionale: l’art. 24 del D. Lgs. n. 11 del 2010 stabilisce che, qualora l’intermediario rilevi un’incoerenza nei dati, è tenuto a informare l’utente dell’errore, indicando l’apposita procedura correttiva.
La normativa prevede due forme di tutela per l’utente: la tutela restitutoria e la tutela risarcitoria. La prima garantisce al pagatore il recupero delle somme trasferite erroneamente, mentre la seconda – che può essere concessa sia al pagatore che al beneficiario – dipende dalla responsabilità dell’intermediario per eventuali danni causati dalla mancata diligenza professionale.

In conclusione, sostiene la Cassazione, riguardo alla responsabilità bancaria per operazioni effettuate tramite strumenti elettronici, quando il beneficiario di un pagamento non possiede un conto presso la banca intermediaria, si applicano le regole di diritto comune.


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Ferie forzate, il datore di lavoro può obbligarti ad andare in ferie ma solo a determinate condizioni: ecco quali

Pubblicato il: 30/06/2024

Se sei un lavoratore, devi sapere che hai diritto alle vacanze: ossia, ogni anno, hai diritto a un periodo di riposo retribuito. La Costituzione (art. 36) stabilisce che questo è un tuo diritto fondamentale.

D’altro canto, le ferie hanno la funzione di permettere al lavoratore di recuperare le energie psicofisiche spese sul lavoro e, quindi, devono essere garantite proprio per tutelare la salute dei dipendenti (art. 32 Cost.). Per questo motivo, il diritto alle ferie è un diritto irrinunciabile: non si può rinunciare al riposo, né il datore di lavoro può negarlo.

Però, il datore di lavoro può obbligare il lavoratore a fruire delle proprie vacanze?

La normativa (art. 10 del D.lgs. 8 aprile 2003, n. 66) stabilisce il diritto del lavoratore ad un periodo annuale di ferie retribuite. Salvo diversa previsione del CCNL (contratto collettivo nazionale), la legge individua un periodo annuale di ferie di almeno quattro settimane:

  1. due settimane, durante l’anno di maturazione delle ferie. Se il lavoratore lo richiede, tale periodo può essere goduto in modo continuativo, ma la richiesta deve essere tempestiva per consentire al datore di organizzare l’attività;
  2. le restanti due settimane, da usare anche in modalità frazionata nei 18 mesi successivi all’anno di maturazione delle ferie.
 
Il periodo di ferie deve tenere conto degli interessi del lavoratore: il datore di lavoro deve prendere in considerazione le esigenze del dipendente, assicurando una programmazione che consenta il concreto recupero delle energie.
 
Infatti, secondo il codice civile (art. 2109), in assenza di disciplina contrattuale, è il datore che stabilisce il piano delle ferie, considerando sia le esigenze economico-produttive dell’azienda, sia i bisogni dei dipendenti. Quindi, il lavoratore non può decidere a proprio piacimento il periodo di ferie, ma deve concordare i giorni con il datore di lavoro.
 
Normalmente, il lavoratore e il datore si accordano per un piano ferie in modo da soddisfare le esigenze di entrambi. Tuttavia, se l’accordo manca, l’ultima parola spetta al datore. Il codice (sempre l’art. 2109) precisa che il datore deve. comunque, preventivamente comunicare al dipendente il periodo stabilito per il godimento delle ferie. La comunicazione delle ferie deve avvenire in anticipo, in modo da assicurare al lavoratore il tempo necessario per organizzarsi.
 
Dunque, il datore di lavoro può imporre le ferie al dipendente senza preavviso?
 
La risposta è sì, ma solo a determinate condizioni.
 
In linea generale, il datore non può imporre delle ferie forzate senza preavviso. Difatti, costringere i lavoratori a prendere ferie forzate va contro la normativa, ma esistono particolari circostanze in cui, non essendoci altre opportunità di lavoro significative per il dipendente o per i dipendenti, il datore è autorizzato a imporre periodi di ferie.
 
Tra queste situazioni, è possibile ricomprendere la chiusura dell’azienda per ristrutturazioni o modifiche strutturali necessarie, la chiusura della società ordinata dalle autorità, nonché l’interruzione dell’attività durante un determinato periodo dell’anno (ad esempio, si pensa alle vacanze obbligatorie a Natale, Capodanno e nei giorni di ponte) o il blocco dell’attività per cali di lavoro (al fine di evitare il ricorso agli ammortizzatori sociali, come la Cassa Integrazione).
 
Ovviamente, da quanto detto, si può comprendere che i motivi che possono giustificare ferie forzate devono avere un carattere oggettivo. In queste situazioni, la legittimità della scelta del datore si fonda sulla necessità aziendale oppure su norme relative alla chiusura aziendale nel corso di specifici periodi festivi.
 
Al contrario, il datore non può imporre al dipendente ferie forzate in base a motivi soggettivi: cioè, le ragioni del riposo forzato non devono riguardare la persona del lavoratore (ad esempio, il rendimento, le competenze o la condotta del dipendente), né devono essere collegati alla discrezionalità del datore.
 
In conclusione, al di là di queste specifiche situazioni, per il datore è vietato obbligare il lavoratore a usufruire di ferie forzate. Ciò vuol dire che il lavoratore potrà contestare la scelta del datore di disporre le ferie forzate se, ad esempio, mancano ragioni organizzative.

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Superbonus lavoro 120%, da oggi è più facile farti assumere a tempo indeterminato: ecco tutte le novità e agevolazioni

Pubblicato il: 29/06/2024

In arrivo un superbonus del 120% per le imprese. Il Governo ha, infatti, approvato un nuovo decreto attuativo del Ministero dell’Economia e del Lavoro, che introduce un’agevolazione fiscale particolarmente vantaggiosa per le imprese e i professionisti che decidono di assumere personale a tempo indeterminato. La maxi-deduzione può giungere fino al 130% del costo, però solo in caso di assunzione di lavoratori che appartengono alle cc.dd. “categorie fragili”.

Il decreto attuativo, pubblicato sul sito del Ministero delle Finanze e firmato dal Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di concerto con il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Calderone, rende operativa la maxi-deduzione fiscale prevista dalla riforma dell’Irpef approvata ad inizio anno, ovvero dal d.lgs. 30 dicembre 2023, n. 216.
Il maxi-sconto del 120% è previsto per le assunzioni dei lavoratori a tempo indeterminato. Il decreto costituisce un’importante opportunità anche per i lavoratori. Attraverso la deduzione, infatti, si incentiva non solo l’incremento dell’occupazione stabile, ma anche l’inclusione di lavoratori fragili, contribuendo alla realizzazione di un mercato del lavoro più equo e sostenibile.

Questo provvedimento, noto come “superbonus 120%”, è rivolto ai titolari di reddito d’impresa e agli esercenti arti e professioni per il periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2023. Come specificato nel decreto, “il costo del personale da assumere ai fini del beneficio è maggiorato, ai fini della determinazione del reddito, di un importo pari al 20 per cento”.
Questo significa che il costo del lavoro deducibile dalle tasse è aumentato del 20% rispetto al normale.
È inoltre prevista un’ulteriore maggiorazione del 10% per le assunzioni di lavoratori appartenenti a categorie meritevoli di maggiore tutela: il totale della maxi-deduzione, quindi, passa dal 120 al 130%. Per beneficiare di questo bonus, le imprese dovranno assumere soggetti rientranti appunto nelle categorie di lavoratori fragili, ovvero:

  • persone disabili;
  • donne con almeno due figli;
  • giovani ammessi agli incentivi all’occupazione.
Il decreto precisa che “il costo è incrementato di un ulteriore 10 per cento in relazione alle nuove assunzioni a tempo indeterminato di dipendenti ricompresi in ciascuna delle categorie meritevoli di maggiore tutela”.
La maggiorazione del costo del lavoro, come si legge nel decreto, è applicabile solo se:
  • il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato è in essere al termine del periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2023, nonché
  • se il numero dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato alla fine di tale periodo è superiore al numero di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato mediamente occupato nel periodo d’imposta precedente.
In altre parole, l’agevolazione scatta solo se si verifica un incremento occupazionale anno dopo anno.
Non tutte le imprese, però, possono beneficiare del “superbonus 120%”.

In prticolare, non potranno beneficiare del detto bonus le seguenti imprese:

  • imprese in liquidazione ordinaria;
  • imprese assoggettate a liquidazione giudiziale o ad altri istituti liquidatori relativi alla crisi d’impresa, a decorrere dall’inizio della procedura.
È bene tenere presente che la deduzione scatterà per tutte le assunzioni a tempo indeterminato firmate dal 1° settembre 2024 fino al 31 dicembre 2025.

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